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Trump senza controlli?

NEW YORK – Che impatto hanno avuto le elezioni 2016 negli Stati Uniti – che hanno assegnato al Partito repubblicano il controllo della presidenza, del Senato e della Camera dei rappresentanti – sul tanto reclamizzato sistema di pesi e contrappesi sancito dalla costituzione americana? A mio parere, lo hanno annullato.  

L’equilibrio dei poteri generato dal potere giurisdizionale è chiaramente in pericolo. Solo un persistente ostruzionismo da parte dei democratici impedirà ai repubblicani di riempire il seggio vacante della Corte Suprema che il presidente democratico Barack Obama non è riuscito ad assegnare per causa loro. E poiché la Corte suprema sta invecchiando, presto potrebbero aprirsi altre posizioni, attualmente occupate da giudici liberali e centristi. I repubblicani hanno, quindi, buone possibilità di ottenere una maggioranza che potrebbe durare per decenni, soprattutto qualora dovessero vincere di nuovo le elezioni nel 2020.       

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Tale maggioranza rischierebbe di minare l’equilibrio dei poteri democratici, come ad esempio è accaduto nel 2010 quando il verdetto Citizens United assestò un durissimo colpo ai vincoli sui finanziamenti per le campagne elettorali. Con una maggioranza di 5 a 4, la Corte stabilì che le grandi aziende sono “associazioni di individui” e, pertanto, qualunque limitazione alle somme di denaro che esse possono spendere in campagne politiche viola il Primo Emendamento sulla libertà di espressione.    

L’ostruzionismo repubblicano al Senato ha anch’esso messo a rischio altri livelli del potere giudiziario federale. Durante il secondo mandato del presidente Barack Obama, il tasso di assegnazione dei seggi vacanti nei tribunali distrettuali e circoscrizionali americani è sceso ai livelli minimi da cinquant’anni. Ora Trump potrà riempirli velocemente con giudici conservatori, con il rischio di accentuare ancora di più lo squilibrio tra i poteri.   

Neanche il sistema di pesi e contrappesi previsto dallo Stato ne uscirà indenne. Di fatto, visti i nuovi allineamenti di parte a livello statale – ora i repubblicani controllano 68 delle 99 camere legislative e 33 dei 50 governatorati, un record storico – la possibilità che gli Stati mettano in discussione il governo federale è sostanzialmente ridotta.    

Ciò ha implicazioni a lungo termine. Dal 2013, quando un’altra decisione della Corte Suprema demolì il Voting Rights Act, molti Stati, se non la maggior parte di quelli con una maggioranza repubblicana in entrambe le camere, hanno emanato leggi e regolamenti che sopprimono il voto. Tali norme prevedono, tra l’altro, la riduzione del numero dei seggi elettorali in aree dove le minoranze sono prevalenti, il requisito di documenti d’identità con foto, come le patenti, che molti membri di queste comunità non hanno, e la revoca di misure da esse tradizionalmente apprezzate, come la registrazione il giorno stesso e il voto domenicale.

Un giudice della corte d’appello federale ha revocato una legge del North Carolina perché sopprimeva l’affluenza afro-americana con “precisione quasi chirurgica”. Ma se i repubblicani arrivano a nominare più giudici, questi controlli diventeranno sempre più rari, e se la soppressione degli elettori li aiuterà a conquistare la supremazia in un crescente numero di parlamenti statali, c’è il rischio che altre leggi simili possano essere varate.    

Qualche motivo di speranza c’è, ed è il fatto che il riferimento ultimo del sistema di controlli ed equilibri è la costituzione americana, la più difficile da cambiare tra le costituzioni democratiche. La procedura normale per modificarla richiede, tra l’altro, una super-maggioranza di due terzi alla Camera dei Rappresentanti e al Senato, dove i repubblicani sono ben lungi dall’avere questa influenza.

L’altro modo per emendare la costituzione prevede che i due terzi dei parlamenti statali (34 stati su 50) votino per invitare il Congresso a convocare una convezione costituzionale, che poi dovrà presentare un emendamento che viene successivamente ratificato da tre quarti dei parlamenti o convenzioni statali. Nella storia degli Stati Uniti nessun emendamento costituzionale è mai stato approvato per questa via. Tuttavia, mentre i repubblicani dovrebbero assumere il controllo di almeno tre o quattro parlamenti in più per rendere il loro tentativo credibile, la possibilità che sia possibile ricorrere a una simile strategia dovrebbe preoccupare molto più di quanto non avvenga.    

Escluso l’emendamento, gli Usa sono protetti da alcune delle più vergognose promesse fatte da Trump durante la campagna elettorale. Proposte quali limitare l’immigrazione in base alla religione sono incostituzionali. Altre proposte peggiorative possono essere boicottate dai democratici al Senato, dove i repubblicani non hanno i sessanta voti necessari per contrastarli. 

Certo, l’ostruzionismo potrebbe essere abolito all’inizio della sessione 2017-2018 del Senato, ma allora i leader repubblicani dovranno considerare che in futuro potrebbe capitare a loro di essere all’opposizione e voler ricorrere a questo metodo. Se facessero una mossa del genere, comunque, ridurrebbero fortemente il potere di opposizione dei democratici nei prossimi anni. 

Riguardo alla politica estera, gli Stati Uniti hanno sempre potuto esercitare un po’ di controllo sul presidente, malgrado qualche restrizione esterna. Ad esempio, Trump non può mantenere la sua promessa elettorale di gettare immediatamente alle ortiche l’accordo di Parigi sul clima, un patto internazionale che tutti i paesi firmatari sono legalmente obbligati a rispettare per almeno quattro anni. Quello che può fare, però, è minarlo in altri modi, ad esempio indicando a paesi come l’India che gli Usa non manterranno i propri impegni.     

Sul fronte della politica interna, invece, Trump avrà un ampio margine d’azione. L’elemento più vulnerabile qui è l’Affordable Care Act, noto come Obamacare, che ha esteso la copertura sanitaria a venti milioni di cittadini che prima non l’avevano. Anche la riforma finanziaria Dodd-Frank del 2010, tesa a esercitare un controllo su banche e altre istituzioni finanziarie “troppo grandi per fallire”, è a rischio di cancellazione.

Per i cittadini preoccupati che vogliono ristabilire il sistema di pesi e contrappesi in America ci sono tre cose urgenti da fare: innanzitutto, gettare le basi per conquistare almeno altri tre seggi al Senato nel 2018; secondo, trovare un modo per impedire ai repubblicani di assumere il controllo di tre quarti dei parlamenti statali, aprendo così la strada a eventuali emendamenti costituzionali; terzo, mobilitare altri concittadini per dire no a tattiche e politiche autoritarie, e sostenere invece alternative democratiche più inclusive.

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L’esistenza di alternative convincenti è il controllo più efficace che si possa esercitare sui politici populisti e dalle tendenze autoritarie che arrivano al potere attraverso il voto. Alle prossime presidenziali, gli elettori statunitensi, così come i loro omologhi britannici che hanno votato a favore della Brexit, potrebbero essere assaliti dal “rimorso dell’acquirente”. Questo, però, di per sé non basta, bisogna trovare delle alternative credibili e stimolanti.

Traduzione di Federica Frasca