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I difetti della politica industriale di Trump

CAMBRIDGE – Il neoeletto presidente americano Donald Trump non si è ancora insediato alla Casa Bianca, ma ha già offerto un ampio assaggio, sin dalla sua vittoria a sorpresa lo scorso novembre, dei difetti della sua politica industriale.

A poche settimane dall’elezione, aveva già proclamato la prima vittoria, e cioè l’aver convinto la Carrier, azienda specializzata nella produzione di condizionatori e impianti di riscaldamento, a mantenere una parte dei suoi stabilimenti in Indiana, “salvando” circa mille posti di lavoro americani, il tutto a suon di incentivi e intimidazioni. Nel corso di una successiva visita alla Carrier, Trump ha lanciato lo stesso avvertimento ad altre aziende americane minacciandole di imporre pesanti sanzioni qualora avessero delocalizzato la produzione all’estero, per poi rispedire il prodotto finito in patria.    

Dal suo account Twitter è scaturito un fiume di commenti dai toni e contenuti simili. Si è attribuito il merito della decisione della Ford di mantenere uno stabilimento che produce la Lincoln in Kentucky, anziché trasferirlo in Messico, e ha minacciato la General Motors di imporre dazi d’importazione se avesse continuato a importare Chevrolet Cruze dal Messico, invece di fabbricarle negli Stati Uniti.   

Oltre a ciò, ha messo in croce fornitori del settore della difesa per aver sforato il budget, rimproverando, in due diverse occasioni, giganti dell’industria aerospaziale come Boeing e Lockheed Martin per gli elevati costi di produzione dei loro aerei.