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Il mito giapponese

BRUXELLES – Il primo decennio di questo secolo è iniziato con la cosiddetta bolla del dot.com. Una volta scoppiata le banche centrali si sono attivate con pratiche aggressive per semplificare la politica monetaria al fine di prevenire un periodo prolungato di crescita rallentata in stile giapponese. Ma il contesto prolungato di bassi tassi d’interesse, che si è verificato dopo la recessione del 2001, ha invece contribuito all’insorgere di un’altra bolla speculativa questa volta nel settore immobiliare e creditizio.

Con lo scoppio della seconda bolla nello stesso decennio, le banche centrali si sono mosse anche in questo caso rapidamente abbassando i tassi fino a zero (o ad un valore di poco superiore) in quasi tutti i settori. Recentemente, la Riserva Federale degli Stati Uniti ha persino avviato una fase di alleggerimento quantitativo senza precedenti nel tentativo di accelerare la ripresa. Ancora una volta, l’argomento chiave è stata la necessità di evitare una ripetizione del” decennio perduto” verificatosi in Giappone.

Il compito di stabilire una politica è spesso influenzato dalle “lezioni imparate” attraverso la storia dell’economia. Ma la lezione del caso giapponese è perlopiù un mito. Le paure derivate dall’esperienza giapponese si basano sulla crescita nell’ultimo decennio del PIL in Giappone ad un tasso medio annuale pari solo allo 0,6% rispetto all’1,7% degli Stati Uniti. La differenza è in realtà molto minore di quanto spesso si presume, ma a prima vista un tasso di crescita dello 0,6% viene considerato un decennio perso.

In base a questo standard, si potrebbe affermare che anche buona parte dell’Europa ha “perso” l’ultimo decennio, dato che la Germania ha registrato circa lo stesso tasso di crescita del Giappone (0,6%) e l’Italia ha ottenuto un tasso persino inferiore (0,2%). Solo la Francia e la Spagna hanno mantenuto una prestazione migliore.