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La rivisitazione del miracolo dell’Asia orientale

HONG KONG – Circa vent’anni fa, la Banca Mondiale ha pubblicato uno studio di riferimento, Il miracolo dell’Asia orientale, nel quale analizzava il motivo per cui le economie asiatiche crescevano più rapidamente dei mercati emergenti in America latina, Africa e in qualsiasi altro posto. In base alle conclusioni della ricerca, queste economie sono riuscite ad ottenere dei tassi di interesse elevati implementando correttamente i principi basilari, promuovendo gli investimenti, curando il capitale umano e aprendosi alle esportazioni manifatturiere.

Ma non è tutto. La Banca Mondiale ha poi confermato, a malincuore, l’intervento dei governi, in modo sistematico e attraverso diversi canali, mirato ad incentivare lo sviluppo anche in industrie specifiche in determinate località tramite aiuti finanziari, sgravi fiscali e repressione finanziaria.

Nel corso degli anni di interventismo economico, in particolar modo a seguito della crisi finanziaria asiatica, il Consenso di Washington, che sosteneva il mercato ed era contro qualsiasi tipo di intervento, perse sostegno. Prese invece piede la Nuova economia istituzionale (New Institutional Economics - NIE) che riempì il vuoto lasciato dalle principali teorie che avevano ignorato l’importanza fondamentale delle istituzioni nella gestione dei cambiamenti e dell’incertezza; entrambi fattori che hanno una forte influenza sullo stanziamento delle risorse e delle scelte sociali. In effetti, alla luce della Grande Recessione e dell’attuale crisi del debito europeo, il quesito fondamentale sul ruolo dello stato nella promozione della crescita e dello sviluppo rimane.

Il crollo dell’economia pianificata del blocco sovietico ha senza dubbio alimentato l’arroganza del mercato libero e la comprensione dell’importanza delle istituzioni. Ma la capacità della Cina di sostenere una crescita economica rapida in trent’anni ha poi determinato la necessità di rivedere il capitalismo statalista.