2

La Crisi dell’Immaginazione Fiscale

CAMBRIDGE – Banche avide, principi economici sbagliati, politici incompetenti: i colpevoli, della crisi economica in cui i paesi ricchi si ritrovano ingolfati non mancano. Ma c’è anche qualcosa di più profondo in gioco, una debolezza che va al di là dei singoli responsabili delle decisioni. Le democrazie sono notoriamente poco abili a produrre accordi che richiedono un impegno politico a medio termine. Sia negli Stati Uniti che in Europa, il costo di questo limite della libertà politica ha amplificato la crisi – e oscurato la via d’uscita.

Si considerino gli Stati Uniti, dove i politici stanno dibattendo su come prevenire una doppia recessione, riattivare l’economia, e ridurre il tasso di disoccupazione che sembra essersi bloccato a più di 9%. Tutti sono d’accordo sul fatto che il debito pubblico del paese è troppo alto e che, in una prospettiva di lungo termine, deve essere ridotto.

Mentre non c’è una soluzione veloce a questi problemi, l’imperativo che la politica fiscale deve seguire è chiaro. Gli Stati Uniti hanno bisogno di un secondo stimolo fiscale che compensi la bassa domanda privata, insieme ad un programma di consolidamento del bilancio a lungo termine che sia credibile.

Per quanto questo programma “a due punte” – spendere ora, tagliare dopo - possa essere sensato, esso viene reso virtualmente impossibile dall’inesistenza di un qualsiasi meccanismo attraverso il quale il presidente Barack Obama possa impegnare credibilmente se stesso o una qualsiasi futura amministrazione a inasprire la politica fiscale. Così qualsiasi riferimento ad un nuovo pacchetto di incentivi diventa un invito aperto alla destra a saltare sull’amministrazione democratica a causa della sua apparente irresponsabilità fiscale. Il risultato è una politica fiscale che aggrava, invece di migliorare, il malessere dell’economia americana.