John Overmyer

Ri-regolamentiamo i movimenti di capitale

NEW YORK – Il dibattito di questi giorni sulla “guerra delle valute” mette in evidenza due aspetti paradossali dell'economia globale. Il primo è che non esiste alcun meccanismo che metta in relazione le regole del commercio mondiale con le fluttuazioni dei tassi di cambio. Dopo che i paesi passano anni a negoziare delle regole condivise per il commercio internazionale, le fluttuazioni dei tassi di cambio possono, in pochi giorni, avere sul commercio un impatto maggiore di tutti quegli accordi faticosamente concordati. Inoltre, le fluttuazioni dei tassi di cambio sono essenzialmente determinate dai flussi finanziari e possono quindi non contribuire in alcun modo alla correzione degli squilibri commerciali globali.

Il secondo paradosso è che un'espansione della propria base monetaria può essere del tutto inefficace all'interno del paese che l'adotta, ma può generare importanti esternalità negative sugli altri.  Questo è ancora più vero nel caso dell'alleggerimento quantitativo attualmente in atto negli Stati Uniti, dato che il dollaro americano è la principale valuta di riserva globale.

Finora, durante la crisi finanziaria e la conseguente recessione, gli Stati Uniti non sono riusciti a rilanciare la crescita del credito, che è il meccanismo principale attraverso il quale una politica monetaria espansiva impatta sull'attività economica nel mercato interno. Al contrario, gli stessi hanno provocato un enorme flusso di capitali verso i mercati emergenti, dove stanno generando bolle nei prezzi degli assets. Indebolendo il dollaro, però, questa politica comporta effetti negativi sui loro partner commerciali (e lo stesso vale per le politiche monetarie recentemente adottate dal Giappone).

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