La “crisi degli asset” delle economie emergenti

PECHINO – In teoria, i paesi in via di sviluppo dovrebbero registrare una differenza positiva tra flussi di capitale in entrata e in uscita ed essere pertanto importatori di capitale netto con un’entità di bilancio pari al deficit del conto corrente. Ciò nonostante, a partire dalla crisi finanziari asiatica del 1997-98, diversi paesi dell’Asia orientale hanno accumulato surplus del proprio conto corrente diventando quindi esportatori di capitale netto.

Ancor più strano è il fatto che pur essendo degli esportatori di capitale netto, registrano comunque surplus di conto (capitale). In altre parole, questi paesi non solo danno in prestito i profitti ricavati tramite surplus di conto corrente, ma prestano anche il capitale mutuato tramite surplus di conto capitale, soprattutto agli Stati Uniti. Ne risulta che i paesi dell’est asiatico dispongono al momento di ampie riserve di valuta straniera in forma di titoli di stato statunitensi.  

Se da un lato la Cina ha attirato un grande quantitativo di investimenti stranieri diretti, dall’altro ha acquisito una quantità persino maggiore di titoli di stato statunitensi. Inoltre, se nel 2008 la rendita media degli investimenti stranieri diretti in Cina da parte delle aziende americane era pari al 33%, la rendita media degli investimenti cinesi nei titoli di stato statunitensi era solo al 3-4%. Ma perché, quindi, la Cina investe pesantemente i suoi risparmi nei titoli di stato statunitensi con una rendita così bassa invece di investire in progetti ad alto profitto a livello nazionale?

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