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Che tipo di capitalismo vogliamo?

GINEVRA – Che tipo di capitalismo vogliamo? Questa potrebbe essere la domanda fondamentale della nostra epoca, una domanda a cui, se vogliamo mantenere il nostro sistema economico per le generazioni future, dovremo rispondere in maniera corretta.

In linea generale, possiamo scegliere fra tre modelli. Il primo è il “capitalismo degli azionisti”, adottato dalla maggior parte delle multinazionali occidentali, secondo il quale l’obiettivo primario di un’azienda dev’essere massimizzare i propri utili. Il secondo modello è il “capitalismo di stato”, che affida ai governi il compito di definire la direzione dell’economia e ha assunto rilevanza in molti mercati emergenti, non ultimo la Cina.

Tuttavia, rispetto a queste due opzioni, la terza è senz’altro la più auspicabile. Il “capitalismo degli stakeholder”, cioè dei portatori d’interesse, un modello da me formulato per la prima volta mezzo secolo fa, attribuisce alle imprese private il ruolo di amministratore fiduciario della nostra società ed è chiaramente la migliore risposta alle sfide sociali e ambientali di oggi. 

Il capitalismo degli azionisti, che è il modello attualmente dominante, si fece strada negli anni settanta del secolo scorso negli Stati Uniti, e nei decenni successivi ha rafforzato la propria influenza a livello globale. La sua ascesa non è stata priva di merito. Durante il suo apogeo, centinaia di milioni di persone in tutto il mondo raggiunsero la prosperità grazie all’apertura di nuovi mercati e alla creazione di posti di lavoro da parte di aziende orientate al profitto.  

Ma quella non era tutta la storia. I sostenitori del capitalismo degli azionisti, tra cui Milton Friedman e la scuola di Chicago, avevano trascurato il fatto che un’azienda quotata in borsa non è solo un ente con finalità di lucro, bensì anche un organismo sociale. Unitamente alle pressioni del settore finanziario per promuovere risultati a breve termine, l’attenzione incentrata solo sui profitti ha determinato nel tempo uno scollamento sempre più vistoso tra il capitalismo degli azionisti e l’economia reale. Molti ormai riconoscono che questa forma di capitalismo non è più sostenibile. La domanda è come mai l’atteggiamento stia cambiando soltanto adesso.   

Una possibile ragione è l’effetto “Greta Thunberg”. La giovane attivista svedese del clima ci ha ricordato che l’adesione all’attuale sistema economico equivale a tradire le generazioni future, data la sua insostenibilità sotto il profilo ambientale. Un’altra ragione (collegata alla precedente) è che i millennial e la generazione Z non vogliono più lavorare, investire o acquistare da aziende che non hanno altro valore che quello d’incrementare il valore per gli azionisti. Infine, dirigenti e investitori hanno cominciato a riconoscere che la propria prosperità a lungo termine è strettamente legata a quella dei loro clienti, dipendenti e fornitori.  

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Il risultato è che il capitalismo degli stakeholder sta rapidamente guadagnando terreno. Questo cambio di rotta era atteso da tempo. La prima volta che spiegai il concetto fu nel 1971, e allora creai il Forum economico mondiale per aiutare le imprese e i leader politici a metterlo in pratica. Due anni più tardi, i partecipanti alla riunione annuale del Forum firmarono il “manifesto di Davos”, che descrive le principali responsabilità di un’impresa verso i suoi stakeholder. 

Ora, finalmente, altri si stanno sedendo al nostro tavolo. La US Business Roundtable, l’associazione americana degli imprenditori più influenti, ha annunciato quest’anno di voler aderire formalmente al modello di capitalismo degli stakeholder. E il cosiddetto “impact investing”, ovvero una forma alternativa di investimento responsabile, sta acquistando importanza man mano che sempre più investitori cercano modi per coniugare benefici ambientali e sociali e redditività finanziaria.

Dovremmo cogliere il momento per fare sì che il capitalismo degli stakeholder si affermi come nuovo modello dominante. A tal fine, il Forum economico mondiale è in procinto di pubblicare un nuovo “manifesto di Davos”, in cui si dichiara che le aziende dovrebbero pagare la giusta quota d’imposte, mostrare tolleranza zero verso la corruzione, far rispettare i diritti umani lungo tutte le catene di approvvigionamento mondiali, e promuovere pari condizioni di concorrenza, soprattutto nell’economia delle piattaforme.   

Ma per rispettare i principi del capitalismo degli stakeholder, le aziende avranno bisogno di nuove metriche. Innanzitutto, una nuova misura della “creazione di valore condiviso” dovrebbe includere obiettivi “ambientali, sociali e di governance” a integrazione delle metriche finanziarie standard. Fortunatamente, è già in corso un’iniziativa volta a sviluppare un nuovo standard di questo tipo, che gode del sostegno delle quattro maggiori società di revisione ed è guidata dal presidente dell’International Business Council, l’amministratore delegato della Bank of America Brian Moynihan.

Il secondo parametro che necessita di un adeguamento è quello della remunerazione dei dirigenti. Dagli anni settanta del secolo scorso i compensi dei dirigenti sono saliti alle stelle, principalmente per “allineare” le decisioni della dirigenza con gli interessi degli azionisti. Nel nuovo paradigma orientato agli stakeholder, invece, tali retribuzioni dovrebbero adeguarsi al nuovo criterio per misurare la creazione di valore condiviso nel lungo termine.   

Infine, le grandi aziende dovrebbero comprendere che sono proprio loro i principali stakeholder del nostro futuro comune. Ovviamente, tutte le aziende dovrebbero cercare comunque di sfruttare le proprie competenze fondamentali e di mantenere una mentalità imprenditoriale. Al tempo stesso, però, dovrebbero anche collaborare con altri stakeholder per migliorare lo stato del mondo in cui operano. Di fatto, quest’ultima condizione dovrebbe rappresentare il loro fine ultimo.

Esiste un altro modo? Il capitalismo di stato, direbbero i suoi fautori, persegue anch’esso una visione di lungo termine, e di recente ha ottenuto risultati positivi, specialmente in Asia. Ma mentre il capitalismo di stato potrebbe essere una buona scelta per una particolare fase dello sviluppo, anch’esso dovrebbe gradualmente trasformarsi in qualcosa di più vicino al modello orientato agli stakeholder, per scongiurare il rischio di soccombere alla corruzione al suo interno.    

I leader economici hanno oggi un’opportunità straordinaria. Dando concretezza al capitalismo degli stakeholder, possono trascendere i loro obblighi legali e adempiere al loro dovere verso la società. Inoltre, possono aiutare il mondo a raggiungere obiettivi condivisi, come quelli delineati nell’accordo di Parigi sul clima e nell’agenda di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. Se davvero vogliono lasciare un segno nel mondo, non c’è altra alternativa. 

Traduzione di Federica Frasca

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    Cronies Everywhere

    Kemal Derviş

    Three recent books demonstrate that there are as many differences between crony-capitalist systems as there are similarities. And while deep-seated corruption is usually associated with autocracies like modern-day Russia, democracies have no reason to assume that they are immune.

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