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Si Può Salvare il Capitalismo Globale?

LONDRA – La politica dell’ansia economica oggi ha portato gli elettori del Regno Unito e degli Stati Uniti nelle mani dei populisti. È opinione comune che se le economie solo potessero tornare ad un tasso del PIL più “normale” e alla crescita della produttività, la vita migliorerebbe per più persone, il sentimento anti-establishment scemerebbe, ed anche la politica tornerebbe alla “normalità”. Quindi, il capitalismo, la globalizzazione, e la democrazia potrebbero proseguire la loro marcia in avanti.

Ma questo tipo di pensiero riflette una proiezione di un periodo storico largamente anomalo. Quel periodo è finito, ed è improbabile che le forze che lo hanno sorretto si ritrovino presto di nuovo allineate. L’innovazione tecnologica e gli andamenti demografici adesso soffiano contro la crescita, e non a suo favore, e l’ingegneria finanziaria non può salvare la situazione.

 1972 Hoover Dam

Trump and the End of the West?

As the US president-elect fills his administration, the direction of American policy is coming into focus. Project Syndicate contributors interpret what’s on the horizon.

Tale anormale periodo storico ricopre più o meno quel centinaio di anni successivi alla guerra civile americana, durante il quale le innovazioni nel campo dell’energia, dell’elettrificazione, delle telecomunicazioni, e dei trasporti hanno radicalmente rinnovato la società. Gli esseri umani sono diventati notevolmente più produttivi, e le aspettative di vita sono aumentate drasticamente. Tra il 1800 e il 1900 la popolazione mondiale è cresciuta di oltre il 50%, ed in seguito, nel corso dei successivi 50 anni, ha registrato un incremento più che doppio, con uno sviluppo delle economie molto più rapido rispetto ai secoli precedenti.

Dalla fine degli anni settanta, la crescita ha cominciato a rallentare in molte delle economie occidentali sviluppate, e il presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan e il presidente della Federal Reserve Alan Greenspan hanno avviato un ciclo del debito che ha sovralimentato le attività. Gli Stati Uniti, fino ad allora paese creditore netto nei confronti del mondo, è diventato un paese debitore netto, con la Cina ed altri mercati emergenti che beneficiavano del crescente deficit commerciale americano. La leva finanziaria ha incentivato la crescita mondiale ancora per quasi 30 anni.

La crisi globale del 2008 ha posto bruscamente fine all’era dell’ingegneria finanziaria. Ma ai politici non piace vedere una crescita lenta, e le banche centrali hanno esaurito i loro strumenti, nel tentativo di stimolare l’attività economica nonostante la domanda insufficiente. Poiché nei tradizionali asset a reddito fisso si otteneva un rendimento sempre minore, gli investitori hanno accumulato attività di rischio di tutti i tipi, facendo rialzare il loro prezzo; i ricchi sono diventati ancora più ricchi, e la classe media è stata lasciata ulteriormente indietro. Dato che la crescita dell’economia reale ha continuato a ristagnare, è cresciuto bruscamente un populismo arrabbiato, dando luogo alla Brexit e all’elezione di Trump alla presidenza.

Per quanto i banchieri centrali abbiano agito per rilanciare la crescita economica, le forze della demografia e dell’innovazione hanno lavorato contro di loro. Le popolazioni in invecchiamento nelle economie avanzate ricorrono sempre di più alle reti di sicurezza sociale. Anche la Cina sta invecchiando. La maggior parte della crescita demografica oggi (e domani) è in Africa, dove non incentiva la produttività globale nella misura in cui lo fa altrove.

Inoltre, l’attuale ondata di innovazione tecnologica non fa “rialzare tutte le barche”. Anche se imprese come Uber e Amazon, e, principalmente, la robotica, incrementano la convenienza, lo fanno a scapito dei posti di lavoro della classe operaia e/o abbassando i salari.

Questo è tipico del processo di “distruzione creatrice” che Joseph Schumpeter ha notoriamente descritto come l’ancella della crescita nelle economie capitaliste. La prima ondata di innovazione rivoluzionaria avvantaggia principalmente solo alcuni imprenditori. Poi arriva un’ondata di dislocamento mentre la tecnologia viene adattata alle industrie esistenti. Trent’anni fa, è stata la Wal-Mart ad usare computer e logistica per spazzare via i piccoli negozi a gestione familiare; oggi, è Amazon a sfidare Wal-Mart.

La terza ondata è la diffusione capillare dell’innovazione così da incrementare gli standard globali di produttività e vita. Questo richiede molto più tempo. Oppure, come aveva osservato, nel 1987, l’economista, premio Nobel, Robert Solow “si può vedere l’era del computer ovunque, eccetto che nelle statistiche riguardanti la produttività”.

Robert Gordon della Northwestern University ha sostenuto che l’impatto economico delle innovazioni odierne non è nulla in confronto a quello dell’idraulica o dell’elettricità. Forse, o può darsi che ci troviamo in una fase iniziale del ciclo schumpeteriano di innovazione (arricchimento di pochi) e distruzione (creazione di ansia nei settori vulnerabili). Alla fine, è probabile che la produttività media ed i redditi reali ne risultino avvantaggiati dato che le tecnologie innovative consentono nuovi tipi di crescita.

Il problema è che potrebbe trascorrere un decennio o di più prima che la robotica e simili facciano montare una marea più estesa capace di “sollevare tutte le barche”. E che abbia ragione Schumpeter oppure Gordon è irrilevante per i politici che affrontano elettori arrabbiati il cui tenore di vita è diminuito. Oggi, i loro elettori stufi rifiutano la globalizzazione; domani, possono diventare luddisti.

Ora la questione è se uno spostamento dell’attenzione da politiche monetarie non convenzionali alla gestione keynesiana della domanda può salvare la situazione. È ampiamente riconosciuto che negli Stati Uniti e in Europa la politica monetaria costituisce una risorsa esausta, e come debbano subentrare incentivi ed espansione fiscali – per esempio, tramite riduzione di tasse e spesa per infrastrutture. Ma questo richiede sistemi politici stabili in grado di sostenere strategie di bilancio a lungo termine. I recenti sviluppi, soprattutto in Europa, suggeriscono che tali strategie saranno difficili da attuare.

Negli Stati Uniti, la vittoria di Trump, insieme alla maggioranza repubblicana in entrambe le camere del Congresso, apre la strada a tagli fiscali e ad incrementi della spesa per la difesa. La pompa sembra destinata ad essere innescata. Ma è probabile che l’espansione fiscale incontri resistenza da parte della politica monetaria, allorché la Fed riprenderà la sua azione di “normalizzazione” dei tassi di interesse.

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Eppure, la speranza è che una crescita più rapida degli Stati Uniti e l’aumento dei salari sarà in grado di sedare la ribellione populista degli elettori. L’onere, per ironia della sorte, rimarrà sulla Fed che dovrà “fare la cosa giusta” – vale a dire, normalizzare i tassi di interesse con estrema cautela, pur consentendo che salga la quota del reddito da lavoro sul PIL, anche se questo richiede un certo superamento degli obiettivi di inflazione.

Per parafrasare Dylan Thomas, chi come noi crede nel mercato non dovrebbe andarsene docile nella notte populista. Dobbiamo combattere contro la luce morente del capitalismo globale, con tutti gli strumenti che possiamo mettere insieme. L’attuale rallentamento della crescita e la reazione politica non è una “nuova normalità”. Piuttosto, si rifà a una “vecchia normalità”, sperimentata l’ultima volta negli anni trenta. Qualunque sia la strada giusta da seguire per l’economia globale, sappiamo che non può significare un ritorno al protezionismo e all’isolazionismo di quel periodo.