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Le Confuse Argomentazioni a Sostegno degli Accordi Commerciali

PRINCETON – Con i negoziati commerciali globali in fase di stallo da anni, gli accordi regionali – un percorso verso la liberalizzazione del commercio a lungo dormiente – sono ripresi con maggiore intensità. Gli Stati Uniti sono al centro di due megatrattati che potrebbero plasmare il futuro cammino del commercio mondiale.

Il Trans-Pacific Partnership (TPP) si trova ad uno stadio più avanzato e, oltre agli Stati Uniti, coinvolge 11 paesi, che producono complessivamente fino al 40% della produzione mondiale; ma è rilevante che la Cina non sia tra questi. Il Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) con l’Unione Europea ha una portata ancora più ambiziosa, prospettando l’unione tra due regioni gigantesche che insieme rappresentano la metà del commercio mondiale.

Gli accordi commerciali hanno da tempo smesso di essere un ambito specialistico per esperti e tecnocrati. Quindi non è sorprendente che entrambe le iniziative abbiano prodotto un dibattito pubblico, acceso e significativo. Le prospettive di sostenitori e oppositori sono così polarizzate che è difficile non essere assolutamente confusi circa le probabili conseguenze. Per cogliere ciò che è in gioco, dobbiamo comprendere che questi accordi sono motivati da un mix di obiettivi – alcuni positivi, altri meno in una prospettiva globale.

Sul fronte economico, i difensori degli accordi commerciali tendono a parlare due lingue diverse allo stesso tempo. Si sostiene la riduzione delle barriere commerciali per promuovere l’efficienza e la specializzazione economica; ma si presume anche di incrementare le esportazioni e di creare posti di lavoro, ampliando l’accesso ai mercati dei partner commerciali. La prima è la tesi convenzionale dei vantaggi-comparati per la liberalizzazione del commercio; la seconda è una argomentazione mercantilista.