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Modifica della riforma del settore bancario

LONDRA – Negli ultimi tre anni, sono stati consumati litri di inchiostro (o di byte) per definire piani di risoluzione dell’enigma posto dalle banche “troppo grandi per fallire”. Molti accademici ed esperti hanno criticato aspramente le agenzie di regolamentazione e le banche centrali per la loro incapacità di comprendere la palese attrattiva esercitata dal sistema della “banca stretta”, ovvero il ripristino dell’era Glass-Steagall che prevedeva la separazione del settore bancario commerciale e del settore finanziario ed investimenti, o da requisiti di capitale molto più elevati. Se si adottasse anche solo uno di questi rimedi, il mondo sarebbe più sicuro e tranquillo, mentre i contribuenti non correrebbero più il rischio di dover salvare finanzieri irresponsabili.

A queste critiche i banchieri hanno sempre risposto che qualsiasi ingerenza nelle loro attività è da considerarsi come un assalto eccessivo nei confronti del loro diritto inalienabile di perdere i soldi degli azionisti e dei depositanti nei modi che preferiscono. Inoltre, a loro avviso, il costo di eventuali aumenti del capitale azionario necessario verrebbe solo trasferito ai prestatori sotto forma di tassi di interessi più elevati comportando in tal modo un brusco arresto della crescita economica.

Si potrebbe considerare questo dialogo come una conversazione tra sordi, tranne per il fatto che gran parte dei sordi comunicano perfettamente tra di loro attraverso la lingua dei segni o in altro modo.

In questo terreno aspramente contestato ha fatto la sua irruzione la Commissione indipendente britannica sul settore bancario, istituita l’anno scorso dal Ministro del Tesoro George Osborne,  con il compito di esaminare possibili riforme strutturali da apportare al sistema bancario allo scopo di salvaguardare la stabilità finanziaria e la competizione. La Commissione è guidata da Sir John Vickers, preside dell’All Souls College di Oxford, ovvero il meglio che si può ottenere a livello accademico. Al suo fianco c’è Martin Wolf del Financial Times che fa pensare ad un’ottima recensione nelle pagine rosa del quotidiano britannico.