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Rettitudine prematura

NEW YORK – L’insistenza dell’amministrazione Obama sulla rettitudine fiscale è dettata non da necessità finanziarie, bensì da considerazioni politiche. Gli Stati Uniti non sono uno di quei paesi d’Europa maggiormente indebitati, che devono pagare cospicui premi a fronte dei prestiti contratti dalla Germania. I tassi di interesse sui titoli di Stato Usa sono scesi fino quasi a raggiungere livelli record, il che significa che i mercati finanziari prevedono una deflazione, e non un’inflazione.

Ciononostante, Obama è sotto pressione politica. L’elettorato americano è profondamente preoccupato del debito pubblico accumulato, e l’opposizione repubblica è stata abile nel far ricadere le colpe del crollo del 2008 – nonché la successiva recessione e l’alta disoccupazione – sull’inettitudine del governo, oltre a sostenere che il pacchetto di stimolo sia stato largamente inutile.

C’è un elemento di verità in questo, ma è univoco. Il crollo del 2008 è stato essenzialmente un fallimento dei mercati, per il quale i regolatori Usa (e altri) dovrebbero essere biasimati per non essere riusciti a tenere sotto controllo la situazione. Ma, senza un salvataggio, il sistema finanziario sarebbe rimasto paralizzato, e avrebbe reso la successive recessione decisamente più profonda e prolungata. Vero è che il pacchetto di stimolo Usa è stato ampiamente inutile, ma ciò è accaduto perché la maggior parte di questi incentivi è servita a sostenere i consumi piuttosto che a correggere gli squilibri di base.

Ciò che l’amministrazione Obama ha sbagliato è stato il come ha deciso di salvare il sistema bancario: ha aiutato le banche a trovare la propria via d’uscita dal baratro acquistando alcuni dei loro peggiori asset e fornendo loro denaro a basso interesse. Anche questa scelta, fu guidata da considerazioni politiche: sarebbe stato più efficace iniettare nuovi titoli azionari nelle banche, ma Obama temeva le accuse di nazionalizzazione e socialismo.