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No alla normalizzazione di Trump da parte del mondo accademico

CAMBRIDGE – L’università della Virginia è stata investita, di recente, da un’ondata di proteste dopo che il Miller Center of Public Affairs, un organismo ad essa affiliato, ha affidato un incarico annuale come senior fellow all’ex direttore per gli affari legislativi del presidente Donald Trump, Marc Short. Due docenti hanno tagliato i ponti con il centro, mentre una petizione per revocare la decisione ha raccolto quasi 4.000 firme. Una protesta simile era scoppiata l’anno scorso presso il mio istituto di appartenenza, quando Corey Lewandowski, ex manager della campagna di Trump, era stato nominato membro dell’Harvard Institute of Politics.      

L’amministrazione Trump mette le università di fronte a un grave dilemma. Da un lato, esse devono essere aperte a punti di vista diversi, compresi quelli che contrastano con l’opinione prevalente o che possono apparire minacciosi per alcuni gruppi specifici. Studenti e docenti che condividono il punto di vista di Trump devono essere liberi di esprimersi senza censura. Le università devono continuare a essere uno spazio di ricerca e dibattito liberi. Inoltre, scuole e istituti per gli affari pubblici devono offrire agli studenti e ai docenti l’opportunità di confrontarsi con i politici del momento.  

D’altro canto, però, c’è il rischio di normalizzare e legittimare ciò che può soltanto essere descritto come una presidenza odiosa. Trump viola quotidianamente le norme su cui poggia la democrazia liberale, insidia la libertà dei media e l’indipendenza della magistratura, giustifica il razzismo e il settarismo e promuove il pregiudizio. Con grande leggerezza, racconta una bugia dietro l’altra.   

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