electronics assembly line Viviane Moos/CORBIS/Corbis/Getty Images

Nuove tecnologie: un aiuto o un danno per i paesi in via di sviluppo?

CAMBRIDGE – Le nuove tecnologie riducono i prezzi di beni e servizi a cui sono applicate. Portano anche alla creazione di nuovi prodotti. E i consumatori ne traggono vantaggio, a prescindere dal fatto che vivano in paesi ricchi oppure poveri.

I cellulari rappresentano un chiaro esempio del profondo impatto di alcune nuove tecnologie. In un chiaro caso di rapida transizione tecnologica, hanno concesso alle persone povere dei paesi in via di sviluppo di accedere alle comunicazioni a lunga distanza senza la necessità di costosi investimenti in reti fisse e altre infrastrutture. Allo stesso modo, il sistema di mobile banking fornito tramite cellulare ha consentito l’accesso ai servizi finanziari in quelle aree remote senza filiali bancarie.

Si tratta di alcuni esempi di tecnologia in grado di migliorare la vita dei poveri. Ma affinché la tecnologia dia un reale e costante contributo allo sviluppo, deve non solo fornire prodotti migliori e più economici, ma deve anche portare un numero maggiore di posti di lavoro più remunerativi. In altre parole, deve aiutare i poveri sia nel ruolo di produttori che di consumatori. Un modello di crescita che l’economista Tyler Cowen ha denominato “cellulari al posto delle fabbriche di automobili” solleva l’ovvia domanda: in che modo le persone nel mondo in via di sviluppo possono permettersi di acquistare prima di tutto i cellulari?

Consideriamo di nuovo gli esempi di telefonia mobile e mobile banking. Essendo fattori produttivi, le comunicazioni e la finanza sono in qualche modo servizi per produttori e servizi per consumatori.

Ad esempio, uno studio ben noto ha documentato in che modo la diffusione dei telefoni cellulari nello stato indiano di Kerala abbia consentito ai pescatori di effettuare operazioni di arbitraggio sfruttando le differenze di prezzo nei mercati locali, così incrementando in media i propri profitti dell’8%. In Kenya il servizio onnipresente di mobile banking M-Pesa sembra aver consentito alle donne povere di passare dall’agricoltura di sussistenza alle imprese non agricole, salendo significativamente nella scala dei redditi.

Le nuove tecnologie digitali giocano un ruolo fondamentale nel trasformare l’agricoltura su larga scala in America Latina e in altre aree. I Big data, il GPS, i droni e la comunicazione ad alta velocità hanno consentito una migliore diffusione dei servizi; un sistema di irrigazione ottimizzato e l’uso di pesticidi e fertilizzanti; hanno fornito sistemi di allerta rapida, e permesso un miglior controllo di qualità e una maggiore efficienza nella logistica e nella gestione delle catene di forniture. Tali miglioramenti aumentano la produttività agricola e agevolano la diversificazione in colture non tradizionali garantendo maggiori rendimenti.

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L'introduzione di queste nuove tecnologie nella produzione nei paesi in via di sviluppo spesso avviene mediante le cosiddette “global value chains” (GVC). In linea di principio, le GVC avvantaggiano queste economie facilitando l’ingresso nei mercati globali.

Eppure, aleggiano grandi domande attorno alle possibilità create da queste nuove tecnologie. Gli aumenti di produttività sono abbastanza ampi? Possono diffondersi in modo sufficientemente rapido nel resto dell’economia?

Qualsiasi ottimismo sulla portata del contributo delle GVC deve essere mitigato da tre punti che fanno riflettere. Il primo: l’espansione delle GVC sembra aver subito una frenata negli ultimi anni. Il secondo: la partecipazione dei paesi in via di sviluppo nelle GVC – e quindi nel mondo commerciale in generale – è rimasta alquanto limitata, con la sola eccezione di alcuni paesi asiatici. Il terzo, e forse il più preoccupante: le conseguenze dell’occupazione domestica dei recenti trend sul fronte commerciale e tecnologico sono state deludenti.

Ad un più accurato esame le GVC e le nuove tecnologie mostrano caratteristiche che limitano – forse addirittura compromettono – i vantaggi relativi alle performance economiche dei paesi in via di sviluppo. Una caratteristica di questo genere è un generale pregiudizio a favore di competenze e di altre capacità, pregiudizio che riduce il vantaggio comparativo dei paesi in via di sviluppo nelle attività tradizionalmente ad alta intensità di lavoro nel manifatturiero e in altri settori, e che abbatte i profitti provenienti dal commercio.

In secondo luogo, le GVC rendono difficile per i paesi a basso reddito sfruttare i vantaggi derivanti dal costo del lavoro per controbilanciare lo svantaggio tecnologico, riducendo la capacità di sostituire la manodopera non specializzata con altri fattori produttivi. Queste due caratteristiche si rafforzano reciprocamente. La prova ad oggi, sul fronte dell’occupazione e del commercio, è che gli svantaggi potrebbero aver più che compensato i vantaggi.

L’usuale risposta a queste preoccupazioni è di evidenziare l’importanza del creare competenze e capacità complementari. Il refrain è sempre lo stesso: i paesi in via di sviluppo devono aggiornare i propri sistemi d’istruzione e formazione tecnica, migliorare l’ambiente imprenditoriale e incentivare le reti di logistica e trasporto allo scopo di fare un pieno uso delle nuove tecnologie.

Far notare che i paesi in via di sviluppo debbano compiere progressi su tutti questi fronti non è però né una novità né un utile consiglio per lo sviluppo. Sarebbe come dire che lo sviluppo richiede sviluppo. Commercio e tecnologia presentano un’opportunità quando sono in grado di sfruttare le capacità esistenti, e quindi offrono un percorso più diretto e affidabile verso lo sviluppo. Quando richiedono investimenti complementari e dispendiosi, non rappresentano più il metodo giusto per conseguire lo sviluppo trainato dal manifatturiero.

Mettiamo a confronto le nuove tecnologie con il tradizionale modello di industrializzazione, che è stato un potente propulsore di crescita economica nei paesi in via di sviluppo. Innanzitutto, il manifatturiero è commerciabile, e ciò significa che l’output domestico non è limitato dalla domanda (e dai redditi) a livello nazionale. Inoltre, è stato relativamente semplice trasferire il know-how manifatturiero nei vari paesi, in particolari dalle economie ricche a quelle povere. E poi il manifatturiero non ha determinato un aumento consistente delle competenze.

Queste tre caratteristiche insieme hanno consentito al settore manifatturiero dei paesi in via di sviluppo di effettuare un fantastico percorso verso l’alto per conseguire redditi più elevati. Le nuove tecnologie presentano un quadro piuttosto variegato in termini di facilità di trasferimento del know-how e delle esigenze di competenze. Di conseguenza, il loro impatto netto sui paesi a basso reddito appare notevolmente più incerto.

Traduzione di Simona Polverino

http://prosyn.org/sFVLloI/it;

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