2

Curare l’ansia nel modo giusto

NEW YORK – Quando i ricercatori vogliono valutare l’efficacia dei nuovi trattamenti contro l’ansia, l’approccio tradizionale è quello di studiare come si comportano i gatti o i topi in situazioni di stress. I roditori fuggono dagli spazi aperti e luminosi nei luoghi in cui, come in natura, diventerebbero facili prede. La loro tendenza naturale nei test clinici è quindi quella di trovare zone poco illuminate o vicino ai muri. Maggiore è il tempo che un animale sottoposto a cure farmaceutiche trascorre nelle aree in cui non è protetto, più efficace viene considerato il farmaco nella cura dell’ansia.

Ma i farmaci testati con quest’approccio non riescono in realtà a ridurre l’ansia nelle persone. Né i pazienti né i terapisti considerano infatti le opzioni disponibili (tra cui il benzodiazepine come il Valium e gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina come il Prozac o lo Zoloft) come cure adeguate per l’ansia. Dopo decenni di ricerca, alcune delle grandi aziende farmaceutiche si stanno arrendendo e hanno diminuito di conseguenza gli sforzi per sviluppare nuovi farmaci contro l’ansia.

Chicago Pollution

Climate Change in the Trumpocene Age

Bo Lidegaard argues that the US president-elect’s ability to derail global progress toward a green economy is more limited than many believe.

Non possiamo tuttavia permetterci di smettere di curare i disturbi d’ansia che comprendono i problemi legati sia alla paura che all’ansia stessa. Il sentimento di paura si manifesta quando una possibile fonte di pericolo è vicina o probabile, mentre il sentimento di ansia di solito riguarda la possibilità di un pericolo nel futuro. A livello mondiale la prevalenza dei disturbi d’ansia è pari a circa il 15% ed il costo sulla società è enorme. Alla fine degli anni ’90 si stimava che il peso economico legato all’ansia fosse pari a più di 40 miliardi di dollari. Ma il costo totale è senza dubbio più elevato in quanto diversi disturbi d’ansia non sono mai stati diagnosticati.

Contrariamente alle aspettative, la ragione per cui i farmaci prescritti più frequentemente non curano il problema soggiacente nei disturi d’ansia è perchè svolgono la loro funzione secondo i criteri utilizzati per crearli. La maggior parte delle cure fondate sugli studi che utilizzano i topi o i gatti per i test clinici riescono a migliorare la sopportazione dell’ansia,  ma non riescono tuttavia arendere le persone meno ansiose o paurose.

Il motivo è semplice. Il sistema del cervello che controlla le risposte comportamentali in situazioni minacciose è simile nei topi e negli uomini e coinvolge vecchie parti del cervello che funzionano inconsciamente (ad esempio l’amigdala). Per contro, il sistema del cervello che produce esperienze coscienti, tra cui il sentimento di paura e ansia, coinvolge delle nuove aree evolutive della neocorteccia che sono particolarmente sviluppate nel cervello dell’uomo e poco sviluppate nei roditori.I sentimenti coscienti dipendono inoltre dalle nostre capacità linguistiche che sono uniche, ovvero la capacità di concettualizzare e dare un nome alle esperienze interiori. E’ significativo che la lingua inglese abbia più di tre dozzine di parole per indicare le gradazioni di paura e ansia: preoccupazione (worry, concern), apprensione (apprehension), inquietudine (unease, disquietude, inquietude), angoscia (angst), incertezza (misgiving), nervosismo (nervousness), tensione (tension) e così via.

Di conseguenza, sebbene le ricerche condotte sugli animali siano utili nel predire gli effetti di un farmaco sui sintomi controllati non coscienti e provocati da uno stimolo di minaccia, le stesse ricerche sono in realtà meno efficaci nel predire gli effetti sui sentimenti coscienti di ansia e paura. I farmaci che abbiamo possono aiutare i pazienti che per evitare situazioni che creano stress o ansia, come le metropolitane affollate oppure il giudizio dei colleghi o dei superiori, hanno smesso di andare al lavoro. Proprio come i roditori sottoposti a trattamento farmacologico che hanno un comportamento meno inibito (e più in grado di tollerare gli spazi aperti e illuminati), chi soffre di ansia e prende i farmaci per curarla avrà maggiori probabilità di tornare al lavoro. Ma dato che i farmaci non curano i processi mentali, l’ansia in sé non viene sempre eliminata.

Se si vogliono rendere le cure più efficaci, i nostri approcci  devono diventare più variegati. Dovremmo curare il sistema del cervello che funziona in modo non cosciente diversamente dal sistema che regola le esperienze coscienti. Ciò non significa necessariamente sviluppare nuovi farmaci. Le risposte non coscienti possono infatti essere curate anche con la terapia espositiva in base alla quale l’interazione di fronte ad uno stimolo di minaccia simulato viene ripetuta per attenuare gli effetti psicologici.

I risultati degli studi condotti sulle modalità di funzionamento dei sistemi del cervello del conscio e dell’inconscio potrebbero aiutarci a rendere la terapia espositiva più efficace. L’idea di base è che i sintomi che coinvolgono i processi inconsci dovrebbero essere trattati separatamente dai sintomi legati ai processi consci.

Io vorrei proporre la seguente pratica. Si dovrebbe iniziare con il processo espositivo inconscio (utilizzando la stimolazione subliminare per superare il pensiero e il sentimento conscio che può sorgere e interferire con il processo espositivo) al fine di attenuare la risposta di alcune aree del cervello come l’amigdala. Una volta che il sistema non cosciente è posto sotto controllo, bisognerebbe usare il processo espositivo conscio per curare i sintomi consci. Infine, bisognerebbe utilizzare di più le psicoterapie tradizionali, ovvero l’interazione verbale con il terapista con l’obiettivo di aiutare i pazienti a lavorare per modificare le proprie convinzioni, a riesaminare i ricordi, a incoraggiare l’accettazione delle proprie circostanze e ad acquisire delle strategie che li aiutino a gestire le situazioni e così via.

Anche i farmaci hanno un ruolo in quest’approccio, ma non rappresentano una soluzione a lungo termine e possono invece essere utilizzati per rendere il trattamento espositivo più efficace (il d-cycloserine ha mostrato grandi potenzialità in questo senso).

Fake news or real views Learn More

L’efficacia di un approccio che riconosce che diversi sistemi del cervello controllano diversi sintomi deve essere ancora esaminata in modo approfondito, ma le ricerche suggeriscono che dovrebbe funzionare. Inoltre sarebbe una tecnica non invasiva e richiederebbe solo una modifica dei target di procedure che vengono utilizzate frequentemente. Vista l’entità del problema, non si dovrebbe lasciare intentata una via così facilmente percorribile.

Traduzione di Marzia Pecorari