A group of migrant people stand on board a Spanish coast guard vessel JORGE GUERRERO/AFP/Getty Images

Far Funzionare la Migrazione

MILANO – Quattro sono i pilastri della globalizzazione e dell’interdipendenza economica: commercio, investimenti, migrazione e flusso di informazioni, siano esse dati o conoscenze. Ma solo due – commercio e investimenti – sono basati su strutture relativamente efficaci, rafforzate dal consenso interno e dagli accordi internazionali. Gli altri due – migrazione e informazioni – necessitano fortemente di quadri di riferimento simili.

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Entrambi i fenomeni rappresentano sfide pressanti, anche se la migrazione si può ritenere la questione più urgente, considerata l’intensa crescita degli ultimi anni che ha travolto le strutture esistenti. E, in effetti, sono in corso iniziative intese a realizzare un nuovo quadro condiviso per la gestione dei flussi transnazionali di persone.

A settembre 2016, le Nazioni Unite hanno avviato un processo biennale per realizzazione del Global Compact on Migration entro la fine del 2018. “Questo non sarà un trattato formale”, afferma il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, “né stabilirà alcun vincolo obbligatorio per gli stati”. Egli sostiene che “si tratta di un’opportunità senza precedenti per i leader per sfatare i pericolosi pregiudizi che circondano i migranti ed elaborare una visione comune su come far funzionare la migrazione per tutti”.

Ma non tutti hanno condiviso questo approccio. Lo scorso dicembre, l’amministrazione del presidente Donald Trump ha ritirato gli Stati Uniti dal processo di Global Compact. Secondo Nikki Haley, l’ambasciatore degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite, l’approccio prospettato dalla dichiarazione “semplicemente non è compatibile con la sovranità americana”. Gli Americani, e solo gli Americani, “decideranno come meglio controllare i nostri confini e chi sarà autorizzato ad entrare nel nostro paese”.

Gli Europei, al contrario, non hanno questa opzione. Anche se l’Unione Europea si ritirasse dal processo di Global Compact, i suoi membri sarebbero comunque alle prese con la libera circolazione delle persone all’interno del mercato unico – indipendentemente dalle differenze di lingua o dalle autorizzazioni e credenziali, per esempio – che costituisce un requisito fondamentale di appartenenza all’UE. La percezione del conflitto tra tale regola e la sovranità nazionale è stata una questione saliente nel voto sulla Brexit.

Le disposizioni dell’UE in materia di mobilità del lavoro non sono state istituite per facilitare la migrazione di per sé; esse miravano piuttosto a rafforzare l’economia dell’Unione Europea sostenendo l’integrazione, ampliando il mercato del lavoro e rafforzando i meccanismi di aggiustamento economico. Tuttavia, se i migranti regolari in entrata possono stabilirsi ovunque nell’UE, presumibilmente è necessario stabilire un processo collettivo ben definito per decidere sui numeri e “portfoli” dei migranti.

Attualmente esistono delle quote per i singoli paesi, anche se alcuni, come l’Italia, le hanno più che superate, con profughi disperati che continuano a fluire attraverso i loro confini, mentre altre nazioni, come l’Ungheria, hanno assolutamente rifiutato di accettare i rifugiati. In ogni caso, le quote costituiscono misure troppo rigide per definire la capacità di accoglienza di un paese. È importante anche la composizione dell’immigrazione, insieme alla sua probabile destinazione finale.

Si consideri la migrazione da una prospettiva economica. Sicuramente c’è sempre un’eccessiva richiesta da parte dei lavoratori dei paesi a basso reddito di migrare verso paesi ad alto reddito o con un reddito dinamico medio-alto . E mentre gli elementi delle politiche di immigrazione di alcuni paesi funzionano, come i prezzi (i requisiti patrimoniali o d’investimento, ad esempio), nessun paese, per quanto ne so, permette al “prezzo” da solo di equilibrare offerta e domanda.

Questo avviene per una buona ragione: usare la ricchezza come criterio principale per la cittadinanza contrasta con i valori fondativi di praticamente tutte le società. Di conseguenza, l’immigrazione è in qualche misura distribuita in base ad una combinazione di fattori, quali il tempo trascorso in attesa, i legami familiari, l’istruzione e le competenze, e persino l’estrazione a sorte.

Il problema dell’eccesso di domanda diventa più serio – ed eticamente più impegnativo – quando coinvolge i profughi e cresce improvvisamente, a causa di fattori che vanno dal disastro naturale alla guerra civile. In particolare, se l’aumento della domanda non è soddisfatto da una risposta dal lato dell’offerta, la migrazione illegale, e spesso rischiosa, tenderà a crescere.

Per questo ed altri motivi, l’ONU ha ragione a sottolineare i benefici di un’ampia cooperazione internazionale sulla migrazione. È inoltre giusto sostenere misure che, nel tempo, potrebbero ridurre l’eccesso di domanda migliorando le condizioni dei principali paesi di origine. Queste misure richiederanno cooperazione internazionale e investimenti nello sviluppo, mantenimento della pace, assistenza umanitaria e gestione delle migrazioni.

Ma ci sono dei limiti alle dimensioni di tale cooperazione – o piuttosto, alle misure con cui le regole comuni possono essere applicate. A prescindere dal merito della posizione degli Stati Uniti nel processo di Global Compact, il principio della sovranità nazionale rimane fondamentale per l’attuabilità sul piano politico di qualsiasi strategia per la migrazione.

Il modo migliore per costruire una solida base per la cooperazione internazionale è sollecitare i paesi a sviluppare politiche coerenti e adattive per la migrazione che garantiscano l’ammissione di un “portfolio” equilibrato di migranti ogni anno. A tal fine, i paesi dovrebbero perseguire valutazioni multidimensionali dei costi e benefici economici (inclusi quelli fiscali) e sociali, nonché degli impatti distributivi interni della migrazione. Senza tale base, i venti contrari e le tempeste politiche anti-immigrati continueranno a impedire la cooperazione internazionale.

Ogni paese ospitante dovrebbe fondamentalmente elaborare le proprie politiche, in base a una serie di fattori specifici. Questi includono dati demografici, condizioni fiscali, politiche sociali che influiscono sulla distribuzione del reddito, accesso ai servizi pubblici, estensione della mobilità ascendente, pregresso dell’immigrazione extra-legale, composizione etnica del paese, e valori che definiscono l’identità nazionale. Non esiste certamente una soluzione valida per tutti.

Il problema della domanda in eccesso non può essere completamente eliminato. Anche se ogni paese, tra le molte mete di destinazione, mettesse in atto una serie coerente di politiche di immigrazione, sarebbe altamente improbabile che l’offerta totale aumenti sufficientemente da soddisfare la domanda totale. L’unico modo per ottenere ciò sarebbe aumentare il prezzo di ammissione o scavalcare la sovranità nazionale per incrementare il numero totale di assegnazioni – entrambe opzioni politicamente insostenibili.

Ma il lato dell’offerta può essere gestito molto meglio in numerosi paesi, senza violare la sovranità nazionale. Il risultato sarebbe una base più solida per la cooperazione internazionale per ridurre gli abusi e le sofferenze, gestire la migrazione economica, proteggere i rifugiati e, infine, ridurre la domanda in eccesso promuovendo lo sviluppo e la crescita nei paesi di origine.

http://prosyn.org/TtdEED2/it;

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