Emmanuel Macron visits Berlin Carsten Koall/Getty Images

I limiti reali di Macron

FRANCOFORTE – Quando Emmanuel Macron è stato recentemente intervistato da due giornalisti molto aggressivi, il risultato non è stato esattamente la "situazione dialogica ideale" amata da Jürgen Habermas, l’eminente filosofo tedesco e grande sostenitore del presidente francese. Ma, nonostante sia stato più volte interrotto, Macron se l’è cavata molto bene. Sempre concreto e disposto, se necessario, ad approfondire le minuzie di un problema, Macron era chiaramente al massimo delle sue potenzialità. Non aveva bisogno di appunti, come ha anche ammirevolmente dimostrato nel suo discorso contro il nazionalismo e il populismo al Parlamento europeo pochi giorni dopo.

Il suo incontro con la cancelliera tedesca Angela Merkel a Berlino quella stessa settimana, tuttavia, è stato molto diverso sia nei toni che nella sostanza. Più importante, ha dimostrato i limiti del metodo Macron: un’oratoria apparentemente avvincente non si traduce necessariamente in politiche attuabili.

La politica, nella sua essenza, riflette l'influenza di interessi a livello nazionale. Ed è proprio qui che le idee di Macron sulla riprogettazione dell'architettura istituzionale europea giungono a un vicolo cieco. Le sue proposte sono troppo numerose e vaghe e non tengono conto dello stato del dibattito a livello nazionale, dove lo scetticismo è in aumento. Essere positivi sull'Europa ha un costo.

Per i nordeuropei, due prospettive destano particolare preoccupazione: la condivisione del rischio (ad esempio, nella sottoscrizione di depositi bancari) e un bilancio per la zona euro.

Certo, un sistema bancario frammentato rende complicata una politica monetaria unica. Alcuni economisti accademici, così come i rari policymaker (come il compianto Tommaso Padoa-Schioppa), hanno chiesto una supervisione centralizzata delle istituzioni finanziarie molto prima che scoppiasse la crisi dell'euro. Almeno sotto alcuni aspetti tale "europeizzazione" della vigilanza è stata stabilita, con la Banca centrale europea che funge da guardiano della zona euro e il Comitato di risoluzione unico che si occupa delle banche vulnerabili.

Ma garantire i depositi retail rimane un compito dei singoli Stati membri dell’Eurozona. Quindi, la qualità di tali garanzie varia, con alcuni membri che sono vulnerabili alla corsa agli sportelli. Ma nell'opinione (abbastanza ragionevole) dei nordeuropei, l'assicurazione dopo un incidente (si pensi ai prestiti in sofferenza) è una forma di redistribuzione che sposta l'onere sulla gente comune (in questo caso i contribuenti del nord). Come hanno sostenuto in particolare i funzionari tedeschi e olandesi, la salute finanziaria delle banche deve essere affrontata prima che possa realizzarsi l'Unione bancaria europea.

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L'europeizzazione dell'assicurazione dei depositi significherebbe anche che gli Stati membri della zona euro, quando il momento diventa critico, perderebbero qualsiasi autorità sulla politica bancaria. Un'istituzione dell’Eurozona, democraticamente responsabile, dovrebbe farsi carico di questo.

Ma è in relazione al bilancio della zona euro proposto che le idee di Macron sono meno specifiche. Ed è qui che la resistenza politica è la più forte - di nuovo, per ragioni che non sono difficili da comprendere.

Un bilancio comune della zona euro è stato presentato sia come meccanismo di stabilizzazione che come strumento di investimento. Ma, in circostanze normali, i bilanci nazionali del settore pubblico svolgono già automaticamente un ruolo di stabilizzazione - attraverso il sussidio di disoccupazione, la tassazione progressiva e simili - e questa ne è una conseguenza, non l'obiettivo primario. Ciò di cui c'è bisogno è una valvola di sicurezza per i paesi della zona euro che affrontano sfide temporanee e particolarmente difficili. E un budget di investimento ha poco a che fare con lo scopo di un meccanismo di stabilizzazione: ammortizzare gli shock economici.

Quindi la sostanza dei suggerimenti di politica economica di Macron è, francamente, confusa. E anche se la Merkel dovesse abbracciarli, sarebbe un facile bersaglio per un attacco politico (e non solo da parte dell'opposizione Alternative für Deutschland, ma anche da parte della sua Unione Cristiana Democratica e del suo partito gemello, l'Unione Sociale Cristiana, per non parlare dei socialdemocratici).

Non si può evitare la dimensione politica nazionale nell'Ue, dato che ogni leader deve essere eletto e che la maggior parte vuole essere rieletta. L'idea della Merkel di istituire un super comitato della zona euro che sostituirebbe in parte l'Eurogruppo dei ministri delle finanze - che il primo ministro olandese Mark Rutte ha già proposto, senza alcun risultato - complicherebbe ulteriormente le cose.

Sì, un tale comitato porterebbe la Merkel al vantaggio politico aggiunto di limitare l'influenza del socialdemocratico Olaf Scholz, suo vice-cancelliere e ministro delle finanze. Ma, in sostanza, non c'era bisogno della sua proposta. Scholz ha immediatamente appoggiato lo schwarze Null (bilancio equilibrato) del suo predecessore, Wolfgang Schäuble. Dato il sentimento del pubblico tedesco, profondamente radicato in favore dell’onestà fiscale, qualsiasi altra cosa sarebbe stata politicamente controproducente. Anzi, anche con Macron che lo persegue, lo schwarze Null è tornato a imporsi con forza. Ma questo non lo rende un concetto economico meno fragile, che non si trova in nessun libro di economia.

Questo è il problema fondamentale del méthode Macron: le sue dichiarazioni politiche - vaghe al punto da non essere attuabili - in qualche modo mancano del coraggio delle sue convinzioni europee. Le proposte del Tesoro francese (dal 2014!), ad esempio, hanno presentato opzioni politiche molto più dettagliate per raggiungere i fini che Macron sembra cercare, così come le proposte sviluppate dal ministro delle finanze italiano Pier Carlo Padoan nel 2015.

Il metodo di Macron è anche caratterizzato da una forte dipendenza da un approccio intergovernativo, che molto probabilmente riflette la sua comprensione dell'umore attuale degli elettori francesi. Almeno in questo senso, lo scambio tra Macron e i suoi due interlocutori impertinenti la scorsa settimana è stato molto illuminante. I rappresentanti auto-dichiarati della profonda frustrazione della società francese non hanno toccato affatto le questioni europee.

Lo hanno fatto per una ragione. Molti francesi non tengono l’"Europa" (ovvero la Commissione europea a Bruxelles) in grande considerazione e, come ha dimostrato il referendum del 2005 su una costituzione europea, ciò è vero da tempo. Pertanto, è improbabile che qualsiasi voto basato sulle idee abbozzate nei vari discorsi di Macron sfoci in qualcosa di positivo. In questo contesto, l'insistenza della Merkel sulla necessità di modificare il Trattato sull'Unione europea - che richiederebbe un referendum negli Stati membri - per stabilire il Fondo monetario europeo proposto da Macron è un modo a malapena nascosto di dire "Nein".

L'impegno di Macron per il dialogo disinteressato è ammirevole. Ma a meno che, e fino a quando, non si sporcherà le mani con la politica europea, come sembra disposto a fare per le riforme interne francesi, quei dialoghi rimarranno effimeri, se non semplicemente parole al vento.

http://prosyn.org/VH4wKcR/it;

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