Sean Gallup/Getty Images

Il successo commerciale dell’Europa

BRUXELLES – Sul fronte del commercio transatlantico le acque sono tornate calme dopo che il presidente americano Donald Trump e il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker hanno raggiunto un accordo il mese scorso, che ha dissipato i timori di una guerra tariffaria senza quartiere. L’accordo è stato una sorpresa, ma forse non avrebbe dovuto esserlo. 

Al centro del patto tra Juncker e Trump c’è l’idea che l’Unione europea e gli Stati Uniti “lavorino insieme per arrivare a zero tariffe doganali, zero barriere non tariffarie e zero sussidi su prodotti commerciali non automobilistici”, senza nuove barriere commerciali nel frattempo. Ma l’aspetto più importante non è il potenziale per un accordo di libero scambio, bensì la fine dell’escalation delle rappresaglie a colpi di provvedimenti innescata dalla decisione di Trump di imporre dazi sulle importazioni statunitensi di acciaio europeo. 

Il presidente americano ha la facoltà di imporre tariffe doganali e altre barriere commerciali in maniera unilaterale, nell’interesse della sicurezza nazionale. È grazie a questa clausola che Trump è riuscito a lanciare la propria guerra commerciale personale, senza neanche consultare il Congresso americano. Un accordo commerciale su vasta scala, tuttavia, necessita dell’approvazione del Congresso e, vista la miriade di interessi speciali che andrebbe a smuovere, è altamente improbabile che, pur limitandosi ai prodotti industriali, possa materializzarsi tanto presto.

Storicamente, gli Stati Uniti sono stati in grado di concludere accordi commerciali solo quando una coalizione di soggetti che avrebbe beneficiato di opportunità di esportazione migliori otteneva più voti rispetto a coloro che, invece, erano vulnerabili alla concorrenza delle importazioni. Quando il commercio viene considerato una questione economica, di solito è possibile creare una coalizione simile, perché i benefici della liberalizzazione commerciale superano i costi.

Ciò, tuttavia, si è spesso rivelato più difficile negli Stati Uniti che altrove, perché il commercio gioca un ruolo di secondo piano nell’economia statunitense. Il principale obiettivo di Trump può, dunque, essere un volume elevato di esportazioni, ma di fatto esse rappresentano meno del 10% del Pil. L’occupazione diretta nei settori dell’export non ha un ruolo significativo nel mercato del lavoro statunitense.

In Europa, al contrario, le esportazioni rappresentano oltre il 25% del Pil nella maggior parte dei paesi – in Germania, la cifra supera addirittura il 50%. Quando un’economia dipende così tanto dal commercio, diventa molto più facile perorare la causa della liberalizzazione, ed è per questo che l’Europa si è sempre mostrata più entusiasta all’idea di un accordo transatlantico di libero scambio rispetto agli Stati Uniti. Le trattative per un accordo di questo tipo  – la Partnership transatlantica sul commercio e gli investimenti (TTIP) – si sono arenate durante l’amministrazione Obama.

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Al di là dell’accordo in sé, sembra che Juncker abbia promesso personalmente che l’Ue acquisterà più prodotti agricoli americani, un impegno tanto vano quanto facile da mantenere.

È vano perché la Commissione europea non ha fondi per acquistare soia dagli Stati Uniti né mezzi per spingere i consumatori europei a farlo. È facile da mantenere perché la Cina ha già imposto dazi sulla soia statunitense in risposta alle tariffe Usa sulle sue esportazioni, e questo significa che, probabilmente, adesso i produttori di soia non americani orienteranno le loro esportazioni verso il mercato cinese, creando uno spazio sul mercato europeo per i produttori statunitensi. Il principale effetto dei dazi cinesi sulla soia americana sarà, quindi, il dirottamento dei flussi globali di soia.

Ma il ruolo della Cina si estende ben oltre questo prodotto. In realtà, è la dinamica del commercio con la Cina a spiegare in primis la volontà di Trump di giungere a un accordo con Juncker.

Una tariffa sulle importazioni verso gli Usa ha un impatto molto maggiore se riguarda solo gli esportatori cinesi. Un dazio del 25% su, ad esempio, motori aerei provenienti dalla Cina consentirebbe ai produttori di altri paesi di conquistare una quota di mercato, mentre se tutti dovessero pagare la stessa tassa, il terreno di gioco resterebbe invariato.

Evitare che all’Ue vengano applicate le stesse tariffe della Cina è particolarmente importante perché i fornitori europei sono i principali concorrenti degli esportatori cinesi in molti settori. Dal momento che l’Ue compete con gli Usa nel mercato cinese, l’industria europea potrebbe di fatto trarre vantaggi (marginali) da una guerra commerciale sino-americana. Fintantoché gli Usa e la Cina si scontreranno sul commercio, la tregua transatlantica rappresenta un successo per l’Europa.

La tregua non è così tanto positiva per la Cina. Pur avendo continuato a riempirsi la bocca di libero commercio, finora i suoi leader si sono dimostrati poco inclini a considerare i motivi del malcontento di Stati Uniti ed Europa. Se la Cina vuole degli alleati nella sua guerra commerciale con gli Usa, dovrà rivedere molte delle sue norme e prassi interne che danno adito, di fatto, a una discriminazione nei confronti dei competitori stranieri. 

Pertanto, l’accordo tra l’Ue e gli Usa ha portato in primo piano il vero interrogativo a cui i leader cinesi devono dare risposta, cioè se il governo debba continuare a sostenere in modo massiccio l’industria interna. Se le misure protezionistiche potevano essere giustificabili vent’anni fa, oggi l’economia cinese è molto più competitiva. Qualunque beneficio la Cina derivi da tali provvedimenti rischia di essere azzerato da un inasprimento della guerra commerciale, soprattutto adesso che l’Ue è al sicuro e la Cina deve affrontare gli Usa da sola.

Traduzione di Federica Frasca

http://prosyn.org/Vn6tSIp/it;

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