Russian planes Pavel Bednyakov/ Xinhua via ZUMA Press

I nuovi interventisti

MONACO – Le conseguenze dell’intervento della Russia in Siria vanno ben oltre il Medio Oriente. La campagna militare del Cremlino ha capovolto la situazione di stallo a favore del governo e ha vanificato gli sforzi volti a creare un compromesso politico per porre fine alla guerra. Questo contesto segna inoltre l’inizio di una nuova era geopolitica in cui gli interventi militari su larga scala non vengono portati avanti solo dalle coalizioni occidentali, ma anche da singoli paesi spinti da interessi personali e spesso in violazione della legge internazionale.

A partire dalla fine della guerra fredda il dibattito sull’azione militare internazionale ha messo i principali attori in forte concorrenza tra di loro, ovvero le potenze occidentali interventiste contro i paesi più deboli, come Russia e Cina i cui leader considerano la sovranità nazionale come sacrosanta e inviolabile. L’evolversi degli accadimenti in Siria sono un’ulteriore prova del fatto che le cose si stanno invertendo. Se da un lato l’occidente sta perdendo la volontà di intervenire, in particolar modo quando si tratta di inviare truppe di terra, dall’altro paesi come la Russia, la Cina, l’Iran e l’Arabia Saudita stanno intervenendo sempre di più nelle questioni dei paesi vicini.

Negli anni ’90, dopo i genocidi in Ruanda e nei Balcani, i paesi occidentali hanno delineato una dottrina di cosiddetto intervento umanitario. “La responsabilità di proteggere” (comunemente nota come “R2P”) ha reso i paesi responsabili del benessere dei propri cittadini e obbligato la comunità internazionale a intervenire quando i governi non erano in grado di proteggere i civili dalle atrocità di massa, o minacciavano loro stessi i civili. Questa dottrina ha capovolto il concetto tradizionale di sovranità nazionale e in paesi come la Russia e la Cina, è stata vista sin dall’inizio, come una copertura per cambiamenti di regime sponsorizzati dall’occidente.

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