nest internet of things faz besharatian/Flickr

Riconsiderare l’Internet delle cose

SAN FRANCISCO – Quasi trent’anni fa, gli economisti Robert Solow e Stephen Roach sollevarono un caso osservando che non vi erano prove del fatto che tutti i miliardi di dollari investiti nella tecnologia informatica apportassero dei benefici in termini di produttività. Le aziende acquistavano decine di milioni di computer ogni anno, e la Microsoft aveva appena immesso sul mercato il primo sistema operativo, facendo guadagnare a Bill Gates il suo primo miliardo. Eppure, secondo quello che poi è stato definito il paradosso della produttività, i dati nazionali evidenziavano che non solo la crescita della produttività non stava accelerando, ma che in realtà stava rallentando. “L’era dei computer è visibile ovunque”, scherzava Solow, “tranne che nei dati sulla produttività”.

Oggi, sembra che ci troviamo in un momento storico simile, ma l’innovazione è un’altra: la tanto reclamizzata Internet delle cose, anche conosciuta con l’acronimo inglese IoT, cioè il collegamento di macchine e oggetti alle reti digitali. Sensori, dispositivi elettronici di localizzazione e altri congegni connessi alla rete implicano che ora il mondo fisico può essere digitalizzato, monitorato, misurato e ottimizzato. Come è avvenuto con i computer in passato, le possibilità sembrano infinite, le previsioni sono state finora esagerate, e i dati devono ancora dimostrare un aumento della produttività. Un anno fa, la società di consulenza Gartner ha messo l’Internet delle cose in cima al suo Ciclo di hype delle tecnologie emergenti.

Poiché vengono sollevati sempre più dubbi sulla rivoluzione dell’IoT in relazione alla produttività, è utile ricordare cosa accadde quando Solow e Roach definirono il paradosso della produttività del computer. Per cominciare, va notato che i leader aziendali ignorarono il paradosso della produttività, insistendo che invece stavano osservando dei miglioramenti nella qualità e nella velocità delle operazioni e dei processi decisionali. Gli investimenti nell’informatica e nella tecnologia delle comunicazioni continuarono a crescere, anche in assenza di un riscontro macroeconomico dei loro rendimenti.

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