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Come l’Fmi può evitare di perdere rilevanza

NEW YORK – Quest’anno non ho preso parte alle riunioni annuali del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale tenutesi nell’ottobre scorso a Washington, DC. In cambio, però, ho prestato la massima attenzione ai resoconti sul raduno e parlato con alcune persone che vi hanno preso parte e che stimo. Il quadro che ne è emerso è assai deprimente per il benessere dell’economia globale. In particolare, la prospettiva di costanti pressioni derivanti da una condizione di debolezza e frammentazione rischia di aggravare le sfide alla credibilità e all’efficacia delle istituzioni multilaterali.  

Il potere di convocazione dell’Fmi e della Banca mondiale è senza dubbio forte, se non unico. Ogni anno, i loro incontri annuali attirano esponenti del mondo economico e finanziario di altissimo livello da oltre 180 paesi, così come un numero ancora più elevato di rappresentanti del settore privato. Si tratta di un raduno mondiale di straordinaria importanza, non solo per il confronto che avviene tra i partecipanti ma anche per fare networking a livello aziendale.

Negli ultimi anni, le riunioni ufficiali sono state sempre più eclissate da un crescente numero di eventi paralleli che hanno considerevolmente sminuito l’apporto del raduno ai processi decisionali. Di fatto, quest’anno non sono riuscito a trovare una sola persona che avesse prestato molta attenzione a un prodotto fondamentale di questi incontri, ovvero i comunicati emessi dalle commissioni responsabili dell’elaborazione delle politiche delle due istituzioni. 

Ciò è in netto contrasto con il passato. Ricordo molto bene i giorni, non così lontani, in cui i funzionari si preparavano coscienziosamente a questi dibattiti politici. I partecipanti del settore privato attendevano con ansia il loro esito nella speranza di giungere a una migliore comprensione delle prospettive dell’economia mondiale e di importanti iniziative politiche sia nazionali che internazionali. C’era consapevolezza che alcuni commenti particolari potevano muovere i mercati, e per questo i funzionari passavano ore a perfezionare i comunicati, per timore di essere fraintesi.  

La lettura più benevola di questo cambiamento è che ora la sostanza si è spostata sugli eventi paralleli. Prendiamo, ad esempio, l’Fmi. Il comunicato del Comitato monetario e finanziario internazionale (IMFC), la principale commissione di consulenza del Fondo, è preceduto dalla pubblicazione di due rapporti sui trend economico e finanziario (rispettivamente il World Economic Outlook e il Global Financial Stability Report), fiore all’occhiello dell’organizzazione. Questi sono integrati da conferenze stampa e discorsi che coinvolgono molti funzionari del Fondo. I temi vengono, quindi, ripresi in una serie di seminari, nonché in presentazioni tenute da rappresentanti nazionali. Di conseguenza, molte questioni politiche vengono analizzate con largo anticipo rispetto alla riunione dell’IMFC. 

Tuttavia, per quanto rispetti e ammiri gli organismi multilaterali, e lo faccia da decenni, temo che questa spiegazione sia troppo parziale. Sicuramente l’Fmi continua ad avere una straordinaria capacità analitica, grazie a uno staff competente e dedicato, nonché ai suoi legami speciali con i vari paesi. È altresì vero che ha migliorato notevolmente la propria comprensione del rapporto tra mercati finanziari ed economia reale. E, sì, ha anche preso la coraggiosa iniziativa di fare luce sull’impatto economico della disuguaglianza di genere e del cambiamento climatico. Ma le sue analisi prospettiche si sono troppo spesso rivelate più orientate al passato, e le sue proiezioni quantitative sono state costantemente oggetto di revisioni importanti.  

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Ancor più preoccupante è il fatto che le raccomandazioni del Fondo – specialmente quelle riguardanti le economie avanzate – hanno scarsa influenza (per usare un eufemismo). Basti solo considerare il crescente divario tra quello che i funzionari dell’Fmi hanno detto e il linguaggio blando e ripetitivo dei comunicati dell’IMFC. Le idee strategiche hanno meno seguito al rientro dei ministri delle finanze e dei banchieri centrali nelle rispettive capitali, e questo sottolinea l’attuale inefficacia di quella che un tempo era un’opportunità fondamentale per sviluppare politiche vantaggiose per tutti. 

Molte delle ragioni chiave di questa ridotta influenza hanno poco a che fare con le istituzioni stesse. In molte economie avanzate la politica si è progressivamente ripiegata su se stessa, amplificando il disprezzo per le politiche sostenute dal Fondo. Anni di crescita bassa e poco inclusiva hanno ridotto la possibilità di una cooperazione strategica a livello mondiale, alimentando invece una mancanza di rispetto per le norme globali e lo stato di diritto internazionale. E persino la tendenza a utilizzare il Fondo per perseguire interessi nazionali si è attenuata: gli Stati Uniti hanno optato direttamente per la trasformazione dei propri strumenti economici in un’arma

Ma l’Fmi e la Banca mondiale non sono privi di colpe. In primo luogo, sono stati troppo lenti nell’attuare riforme interne; poi, avrebbero potuto riconoscere prima i loro errori recenti, come quelli connessi all’ultima debacle finanziaria dell’Argentina, all’eccessiva crescita del livello di indebitamento nelle economie meno sviluppate, e all’incapacità di prevedere le conseguenze della crisi finanziaria del 2007-08. 

Inoltre, il caro principio dell’uniformità di trattamento dei paesi membri è stato palesemente strapazzato, spesso in modo da intaccare ulteriormente la reputazione e la credibilità di istituzioni la cui governance è ancora basata sul passato. In particolare, l’Europa è da sempre sovrarappresentata rispetto alle economie emergenti, mentre l’Europa e gli Usa continuano ad avere il monopolio della leadership rispettivamente dell’Fmi e della Banca centrale.

Questi limiti sollevano preoccupazioni più ampie in quanto rafforzano la tendenza verso politiche protezionistiche a livello nazionale e aumentano i rischi di una frammentazione e di una deglobalizzazione caotica. Inoltre, espongono l’economia globale al rischio di turbolenze finanziarie che minerebbero ulteriormente dinamiche di crescita già fragili e poco inclusive.

Le organizzazioni multilaterali lamentano spesso che la scarsa propensione dei principali governi alle riforme a livello istituzionale riduce il margine di miglioramento. Dopotutto, questi paesi non sono soltanto i maggiori azionisti, ma in alcune occasioni hanno anche bloccato iniziative sostenute dalla stragrande maggioranza dei restanti stati membri.

Senza dubbio, l’Fmi e la Banca mondiale sono condizionati dal mondo in cui operano. Ma il loro management ha spesso evitato di abbracciare iniziative riformistiche e di farle proprie. E anziché fungere da catalizzatore assicurando il considerevole rischio d’immagine con strategie che inevitabilmente incontrano resistenza, è stato spesso relegato ai margini.

Con entrambe le istituzioni sotto una nuova direzione, vi è oggi l’opportunità di avviare un processo di cambiamento benefico per l’economia globale. La speranza è che le deludenti riunioni annuali del mese scorso possano fungere da campanello d’allarme. Non vi è destino peggiore per queste organizzazioni che diventare sempre più irrilevanti.

Traduzione di Federica Frasca

https://prosyn.org/OP0PxMOit;
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