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Come prevenire una guerra valutaria

BERKELEY – A tre anni dall'inizio della crisi finanziaria, ci si poteva augurare che il mondo si fosse messo alle spalle le analogie con la Grande Depressione. Ma eccole di ritorno, più decise che mai. La paura adesso è che una guerra valutaria, con i dazi e le ritorsioni che ne conseguono, possa creare scompiglio nel sistema degli scambi internazionali ad un livello paragonabile a quello raggiunto negli anni '30.

Ci sono buone ragioni per preoccuparsi, visto che l'esperienza degli anni '30 ci insegna che le controversie sui tassi di cambio possono essere ancora più pericolose delle crisi economiche nel generare spinte protezionistiche.

Non furono infatti i paesi che subirono le contrazioni più marcate nell'attività economica e i più alti tassi di disoccupazione ad incrementare le tariffe doganali ed a restringere le quote d'importazione più significativamente negli anni '30. Mettendo i paesi a confronto, non ci fu alcuna relazione tra la profondità o durata del crollo nella produzione e l'aumento nei livelli di protezione, o l'entità dell'incremento nella disoccupazione e il grado di protezionismo.

La ragione per cui i paesi più colpiti negli anni '30 non furono più inclini a reagire proteggendo la loro industria dalla competizione estera è semplice. L'inizio della Grande Depressione vide un crollo della domanda, che a sua volta comportò un importante calo nelle importazioni. Di conseguenza, il grado di penetrazione delle importazioni si ridusse, in maniera abbastanza decisa, praticamente in ogni paese. Intendiamoci, per i produttori gli affari non andavano comunque bene, ma la competizione con i prodotti importati era il minore dei loro problemi.