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Globalizzazione allo stremo

LONDRA – L’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti significa che la globalizzazione è morta, oppure parlare di estinzione del processo è decisamente esagerato? Se la globalizzazione è solo in parte fuori combattimento, ma non allo stadio terminale, dobbiamo comunque preoccuparci? Quanto peso avrà sull’economia globale il rallentamento della crescita del commercio che si respira nell’aria?

La crescita del commercio mondiale rallenterebbe anche senza Trump al potere. Il suo andamento, che aveva già registrato un periodo fiacco nel primo trimestre del 2016, ha mostrato un calo di quasi l’1% nel secondo, portandosi in linea con un trend che dal 2010 vede il commercio globale crescere di appena il 2% annuo. Unitamente al fatto che la produzione mondiale di beni e servizi è cresciuta di oltre il 3%, questo significa che il rapporto tra commercio e Pil è diminuito, invertendo così la sua direzione di marcia rispetto al passato.     

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Questa allarmante traiettoria, affermano gli esperti di globalizzazione, riflette una rinascita del protezionismo che trova riscontro nella diffusa opposizione al TPP, il partenariato trans-pacifico, e al TTIP, il trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti, e nella recente vittoria elettorale di Trump. In altre parole, essa significa che i benefici dell’apertura e della specializzazione stanno andando in fumo.    

In economia il concetto di causalità può essere vago, ma in questo caso è chiarissimo. Finora, il rallentamento della crescita del commercio è stato la conseguenza di un rallentamento della crescita del Pil, e non viceversa.

Ciò è particolarmente evidente nel caso della spesa per gli investimenti, che è drasticamente diminuita dai tempi della crisi finanziaria globale. La spesa destinata agli investimenti è a intensa attività commerciale, perché alcuni paesi dipendono in modo sproporzionato da un gruppo relativamente ristretto di produttori, come la Germania, per beni strumentali tecnologicamente sofisticati.        

Inoltre, il rallentamento della crescita commerciale riflette la decelerazione economica della Cina. Fino al 2011 la Cina ha registrato un tasso di crescita annuale a due cifre, mentre le sue esportazioni e importazioni crescevano a un ritmo ancora più rapido. Ora la crescita del paese ha rallentato di circa un terzo, e questo ha contribuito a frenare la crescita del suo commercio.

Il miracolo della crescita della Cina, che ha recato beneficio a un quinto della popolazione del pianeta, è l’evento economico più importante dell’ultimo quarto di secolo. Esso, però, può verificarsi soltanto una volta, e ora che per la Cina la fase di recupero è terminata, questo motore del commercio globale non potrà che rallentare.  

L’altro motore del commercio mondiale sono le catene di fornitura globale. Il commercio di parti e componenti ha risentito positivamente del calo delle spese di trasporto, effetto della containerizzazione e dei relativi progressi nell’ambito della logistica. È difficile, però, che l’efficienza delle spedizioni continui a migliorare più velocemente dell’efficienza nella produzione delle merci spedite. Già adesso i produttori automobilistici spediscono trasmissioni automatiche tra gli Usa e il Messico più volte nell’arco della loro produzione. Scomporre ulteriormente tale processo produttivo rischierebbe di provocare un calo dei rendimenti.     

Pertanto, dovremmo preoccuparci del fatto che il commercio sta crescendo a un ritmo più lento? Sì, ma soltanto nella misura in cui un medico si preoccupa quando un paziente ha la febbre. La febbre raramente è mortale, piuttosto è un sintomo di una condizione patologica sottostante. In questo caso, la patologia è rappresentata da una crescita economica lenta, anche nota come stagnazione secolare, causata da un declino degli investimenti, che a sua volta rimanda a problemi finanziari e incertezza politica.

Questa, pertanto, è la condizione soggiacente, che accordi commerciali come il TPP e il TTIP affrontano solo in modo indiretto. Un aumento della spesa nelle infrastrutture da parte dei governi, finalizzato a promuovere gli investimenti e la crescita in modo diretto, sarebbe più appropriato. Resta, tuttavia, da vedere se l’amministrazione Trump e il nuovo Congresso americano saranno in grado di definire e attuare un programma di spesa per le infrastrutture produttive.  

Più in generale, serve un consenso sulle politiche di promozione della crescita onde evitare che gli investimenti diventino ostaggio delle lotte politiche interne. Se questo sarà possibile sotto l’amministrazione Trump è un altro interrogativo che rimane aperto. 

Sul fronte dei flussi transfrontalieri di capitale finanziario la situazione è ancora più drammatica. I flussi di capitali lordi, ovvero la somma delle entrate e uscite finanziarie, non stanno solo crescendo più lentamente, ma in termini assoluti sono scesi di molto rispetto ai livelli del 2009.   

Dire che la situazione è drammatica, però, non è lo stesso che dire minacciosa. In realtà, sono soprattutto le attività transfrontaliere di assunzione e concessione di prestiti a essere diminuite. Gli investimenti diretti esteri – flussi finanziari per costruire fabbriche all’estero e acquisire aziende straniere – permangono ai livelli pre-crisi, e lo stesso vale per le attività transfrontaliere di assunzione e concessione di prestiti sui mercati azionari e obbligazionari.   

Questa differenza è frutto della regolamentazione. Avendo, giustamente, concluso che il prestito bancario transfrontaliero è particolarmente rischioso, i regolatori hanno posto un freno alle operazioni internazionali delle banche. In risposta a ciò, molte banche hanno ridotto la propria attività transnazionale. Tuttavia, anziché allarmare, ciò andrebbe visto come un segnale rassicurante, perché è stata operata una riduzione delle forme più rischiose di finanza internazionale senza tuttavia impedire forme di investimento estero più stabili e produttive. 

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Ci troviamo ora di fronte alla prospettiva di una revoca da parte del governo americano della legge Dodd-Frank, nonché di un annullamento delle riforme finanziarie approvate negli ultimi anni. Una regolamentazione finanziaria meno severa potrebbe favorire il recupero dei flussi di capitali internazionali, ma bisogna fare attenzione a ciò che si desidera.   

Traduzione di Federica Frasca