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Un nuovo accordo per l’eccesso di debito?

CAMBRIDGE – Il riconoscimento dell’insostenibilità del debito greco da parte del Fondo Monetario Internazionale potrebbe rivelarsi un momento di svolta per il sistema finanziario globale. Chiaramente, le politiche eterodosse volte ad affrontare l’onere del debito elevato devono essere adottate più seriamente, anche in alcuni Paesi avanzati.

Fin dall'inizio della crisi greca, ci sono state fondamentalmente tre scuole di pensiero. In primo luogo, vi è il punto di vista della cosiddetta troika (Commissione europea, Banca centrale europea e Fmi), la quale sostiene che i Paesi della periferia dell’Eurozona gravati dal debito (Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna), necessitano di una forte disciplina politica per evitare che una crisi di liquidità a breve termine si trasformi in un problema di insolvenza a lungo termine.

Quello che prescriveva la politica ortodossa era di estendere i prestiti ponte convenzionali a questi Paesi, concedendo così il tempo di risolvere i loro problemi di bilancio e di intraprendere riforme strutturali volte ad accrescere il loro potenziale di crescita a lungo termine. Questo approccio ha "funzionato" in Spagna, Irlanda e Portogallo, ma a costo di recessioni epiche. Inoltre, vi è un elevato rischio di recidiva nel caso in cui si verifichi un calo significativo dell'economia globale. La politica della troika, tuttavia, non è riuscita a stabilizzare e tanto meno a risollevare l'economia della Grecia.

Una seconda scuola di pensiero ritrae la crisi come un problema di liquidità pura, ma, nel peggiore dei casi, vede l'insolvenza a lungo termine come un rischio di uscita dall’euro. Il problema non è che il debito dei Paesi periferici dell’Eurozona è troppo alto, ma che è stato fissato un tetto al debito.