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L’Ordine mondiale 2.0

NEW YORK – Per quasi quattro secoli, da quando la Pace di Westfalia segnò la fine della Guerra dei Trent’anni in Europa nel 1648, il concetto di sovranità – il diritto di ogni paese a un’esistenza indipendente e all’autonomia – è stato alla base dell’ordine internazionale. E questo per una buona ragione: come si è potuto constatare nel corso dei secoli, compreso quello attuale, un mondo in cui i confini territoriali vengono violati con la forza è un mondo condannato all’instabilità e al conflitto.

In un mondo globalizzato, tuttavia, un sistema operante a livello globale basato esclusivamente sul rispetto della sovranità – che potremmo chiamare Ordine mondiale 1.0 – è diventato sempre più inadeguato. Ormai davvero poco resta circoscritto a livello locale. Qualunque luogo è praticamente raggiungibile da tutto e da tutti – turisti, terroristi, rifugiati, email, malattie, dollari e gas effetto serra. Il risultato è che ciò che accade in un dato paese non può più essere solo un problema di quel paese. Le diverse realtà odierne richiedono un sistema aggiornato, che potremmo denominare Ordine mondiale 2.0, basato sul concetto di “obbligo sovrano”, ovvero legato alla sovranità nazionale, dove gli stati sovrani non hanno soltanto diritti, ma anche obblighi nei confronti degli altri paesi.

Un nuovo ordine internazionale richiederà anche un insieme allargato di norme e accordi, a partire da un concetto d’identità statale condiviso da tutti. Gli attuali governi dovrebbero considerare eventuali richieste di costituzione di uno stato solo laddove vi siano una giustificazione storica, una motivazione convincente e il sostegno popolare, e laddove la nuova entità proposta sia realizzabile.

L’Ordine mondiale 2.0 dovrà, poi, prevedere il divieto di svolgere o sostenere in alcun modo l’attività terroristica. Inoltre, e questo è un aspetto più controverso, dovrà includere norme più rigide che bandiscano la diffusione o l’utilizzo di armi di distruzione di massa. Allo stato attuale, pur essendoci un consenso di massima sulla necessità di bloccare la proliferazione limitando l’accesso alla relativa tecnologia e materiali, spesso tale consenso viene meno a proliferazione avvenuta. Questo è un tema che andrebbe affrontato nell’ambito di riunioni bilaterali e multilaterali, non tanto per giungere a un accordo formale, quanto per attirare l’attenzione sull’applicazione di sanzioni severe o sul ricorso all’azione militare, che così ridurrebbero le probabilità di proliferazione.