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Un piano Marshall per il mondo

ROMA – Malgrado il continuo impegno per catalizzare la cooperazione a livello globale, negli ultimi anni i progressi sul fronte dello sviluppo hanno incontrato ostacoli non indifferenti. L’auspicio è che le importanti riunioni internazionali previste per la seconda metà del 2015 possano offrire ai leader mondiali una buona occasione per rimuoverli definitivamente.

Non è la prima volta che assistiamo a un'impasse del genere. Anche nel periodo a cavallo tra i due secoli, infatti, i negoziati sullo sviluppo economico giunsero a un punto morto. La conferenza ministeriale dell'Organizzazione mondiale del commercio, tenutasi a Seattle, si concluse con un nulla di fatto, mentre due decenni di Washington Consensus servirono solo ad alimentare nei paesi in via di sviluppo un senso di frustrazione nei confronti delle istituzioni finanziarie internazionali guidate dagli Stati Uniti. I negoziati per la conferenza inaugurale dell'Onu sul Finanziamento per lo sviluppo (FfD), che si tenne a Monterrey, in Messico, diedero l'impressione di non andare da nessuna parte.

Aleppo

A World Besieged

From Aleppo and North Korea to the European Commission and the Federal Reserve, the global order’s fracture points continue to deepen. Nina Khrushcheva, Stephen Roach, Nasser Saidi, and others assess the most important risks.

I gravissimi attentati dell'11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti contribuirono indirettamente a rimettere le cose in moto. All'indomani di quei tragici eventi, i leader mondiali decisero di lanciare l'Agenda di Doha per lo Sviluppo al fine di assicurare che il programma dei negoziati sul commercio tenesse conto delle aspirazioni allo sviluppo dei paesi più arretrati. Successivamente, la conferenza FfD del 2002 di Monterrey produsse risultati importanti sul fronte degli investimenti nazionali e stranieri, del debito estero, della cooperazione internazionale, del commercio e dei problemi sistemici legati alla governance.

Naturalmente, non servono delle tragedie per rilanciare il progresso. Le importanti riunioni a livello mondiale che si terranno quest'anno – la Conferenza sul finanziamento dello sviluppo a luglio, la riunione alle Nazioni Unite per definire i nuovi Obiettivi di sviluppo sostenibile a settembre, e la Conferenza Parigi 2015 sul clima a dicembre – dovrebbero essere sufficienti. L'impegno prodigato nella loro preparazione, poi, testimonia la volontà concreta di compiere importanti passi in avanti.

Fondamentale, però, è avere il programma giusto. Il mondo ha bisogno di una strategia ben studiata e di ampia portata per stimolare l'industrializzazione, sul modello dello European Recovery Program (Erp), l'iniziativa americana che consentì all'Europa di rimettersi in piedi dopo la seconda guerra mondiale. L'Erp, meglio noto come Piano Marshall, impiegò un massiccio quantitativo di aiuti americani per sostenere gli sforzi di sviluppo dei vari paesi dell'Europa, ed è ancora considerato da molti europei come il momento in cui l'America ha dato il meglio di sé.

L'impatto del Piano Marshall si avvertì ben oltre i confini europei, poiché nel decennio successivo esso si trasformò in quello che probabilmente è stato il programma di aiuti allo sviluppo più efficace della storia. Politiche simili furono introdotte nel Nord-est asiatico a seguito della costituzione della Repubblica popolare cinese e della guerra di Corea.

Ovviamente, dietro l'espansione del Piano Marshall c'era una motivazione politica. Creando un cordone di paesi ricchi che andava dall'Europa occidentale al Nord-est asiatico, gli Stati Uniti speravano di contrastare la diffusione del comunismo all'inizio della guerra fredda. I paesi in via di sviluppo che non condividevano gli stessi obiettivi politici vennero lasciati fuori.

Il nucleo del Piano Marshall era costituito, tuttavia, da una strategia economica ben fondata. In sostanza, esso proponeva il completo ribaltamento del Piano Morgenthau, suo predecessore, che aveva scommesso sulla deindustrializzazione, ma con scarsi risultati. L'obiettivo del piano – illustrato dal segretario al Tesoro Henry Morgenthau Jr. nel suo libro del 1945 Germany is Our Problem (La Germania è il nostro problema) – era quello di convertire la Germania in un paese "prevalentemente agricolo e pastorale", al fine di prevenire il suo coinvolgimento in eventuali nuovi conflitti.

Verso la fine del 1946, però, le difficoltà economiche e la disoccupazione in Germania spinsero l'ex presidente degli Stati Uniti Herbert Hoover a recarsi nel paese per una missione esplorativa. Il suo terzo rapporto, datato 18 marzo 1947, definì l'idea che la Germania potesse essere ridotta a uno stato pastorale "un'illusione" che non avrebbe potuto realizzarsi senza sterminare o allontanare dal paese 25 milioni di persone.

L'unica alternativa era la reindustrializzazione. Meno di tre mesi dopo, il segretario di Stato George Marshall pronunciò il suo celebre discorso all'Università di Harvard in cui annunciava un'inversione di rotta politica. La Germania e il resto d'Europa dovevano essere reindustrializzati, dichiarò, anche attraverso pesanti interventi statali, come l'aumento dei dazi, le quote e un tetto alle importazioni. Il libero commercio sarebbe stato possibile soltanto dopo la ricostruzione, quando i paesi europei fossero stati in grado di competere sui mercati internazionali.

Nel suo breve discorso, Marshall illustrò altri tre punti importanti. In primo luogo, osservando il peso che ebbe la ripartizione degli scambi tra aree urbane e rurali nel rallentamento dell'economia tedesca, ricordò un’idea europea vecchia di secoli: tutti i paesi ricchi hanno città con un settore manifatturiero sviluppato. "Il rimedio", spiegò Marshall, "consiste nel... ripristinare la fiducia del popolo europeo", in modo che "il produttore e il contadino" siano "in grado e disposti a scambiare i propri prodotti con valuta, la persistenza del cui valore resta indiscutibile".

In secondo luogo, Marshall affermò che le istituzioni partecipative nascono dal progresso economico, non il contrario – che è l'opposto di quanto si sostiene comunemente oggi. A suo avviso, lo "scopo della politica dovrebbe essere il rilancio di un'economia fondata sul lavoro, che favorisca in tutto il mondo l'affermarsi di condizioni sociopolitiche in cui istituzioni libere possano prosperare".

In terzo luogo, Marshall sottolineò che gli aiuti dovevano avere portata globale e carattere strategico al fine di promuovere un progresso e uno sviluppo reali. "Tali interventi", dichiarò, "non devono essere attuati in modo frammentario ogniqualvolta scoppia una crisi. Tutta l’assistenza che questo governo presterà in futuro dovrà fornire una cura, non un mero palliativo".

La visione di Marshall offre lezioni importanti ai leader mondiali che oggi cercano d'imprimere un'accelerazione allo sviluppo, a cominciare dalla necessità di ribaltare gli effetti del Washington Consensus sulle economie in via di sviluppo e in transizione – effetti simili a quelli del Piano Morgenthau. Alcuni paesi – tra cui grandi economie come la Cina e l'India, che per lungo tempo hanno protetto l'industria nazionale – si sono trovati in una posizione ideale per beneficiare della globalizzazione economica. Altri, invece, hanno sperimentato un calo della crescita economica e del reddito reale pro capite in seguito alla diminuzione della loro capacità industriale e agricola, soprattutto negli ultimi due decenni del secolo scorso.

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È tempo di aumentare la capacità produttiva e il potere d'acquisto delle economie povere, come avvenne in Europa nei dieci anni che seguirono il discorso di Marshall. La sua intuizione che uno sviluppo economico condiviso sia l'unica strada verso una pace duratura è oggi più attuale che mai.

Traduzione di Federica Frasca