Reichstag Carsten Koall/Getty Images

La Pericolosa Ossessione Tedesca

PARIGI – Poiché l’Unione Cristiano Democratica tedesca (CDU) ed il partito bavarese della stessa famiglia, l’Unione Sociale Cristiana (CSU), cercano di formare una “coalizione Giamaica” senza precedenti con il partito liberale dei Democratici Liberi (FDP) ed i Verdi, il resto d’Europa attende con ansia il programma governativo che scaturirà dai loro negoziati.

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La posta in gioco è alta per l’Europa, perché questi non sono tempi normali. L’aumento del nazionalismo economico, le crescenti minacce alla sicurezza e la continua crisi dei rifugiati hanno reso più forte la necessità di risposte collettive. La Cina sta diventando sempre più determinata, e l’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha manifestato apertamente disprezzo per l’Unione Europea e diffidenza nei confronti della forza economica della Germania.

All’interno, la logica dell’Unione Europea viene messa alla prova da Brexit e dai recalcitranti governi di Polonia e Ungheria – due paesi che, come ha recentemente osservato Constanze Stelzenmüller della Brookings Institution, godono dei benefici dell’adesione all’UE ignorandone gli obblighi corrispondenti.

In questo quadro, l’elezione in maggio di Emmanuel Macron alla presidenza francese è stata un sollievo per la Germania. Tuttavia, Macron ha messo la Germania nella scomoda posizione di dover rispondere alle sue proposte per le riforme a livello comunitario. Sollecitando un fondo comune per la difesa dell’UE, un’armonizzazione fiscale ed un bilancio unitario della zona euro, Macron sta ribaltando lo status quo europeo.

Resta ora da vedere se il paese più grande e prospero d’Europa fornirà la leadership richiesta da questi tempi difficili. Ogni partito presente ai colloqui della coalizione porta al tavolo una prospettiva molto diversa. Riguardo alle questioni europee, la CDU della cancelliera Angela Merkel, in carica per 12 anni consecutivi, porterà la continuità. Ma il più conservatore CSU viene trascinato a destra dalla concorrenza del populista Alternative für Deutschland (AfD).

Per quanto riguarda gli altre due partiti, il FDP ha adottato una linea dura verso l’Europa. I suoi dirigenti hanno proposto la fuoriuscita della Grecia dall’euro e lo smantellamento del meccanismo dell’Unione Europea per il salvataggio dei paesi in difficoltà. I Verdi, d’altra parte, sono desiderosi di intensificare l’integrazione europea; ma questa non è la loro priorità e sono il partito più piccolo al tavolo.

Infine, è probabile che il nuovo programma di governo rifletta il sospetto che gli altri Stati dell’UE vogliano risolvere i loro problemi con i soldi tedeschi invece che con le riforme nazionali. I politici e gli opinion makers tedeschi valutano praticamente ogni proposta di riforma a livello comunitario attraverso questo prisma distributivo. I sistemi che non sono destinati a produrre trasferimenti strutturali vengono reolarmente vagliati con attenzione per verificare che essi non si trasformino in “bancomat” per gli altri membri dell’UE.

Ad esempio, i Tedeschi non considerano un bilancio unitario come un modo per finanziare beni pubblici quali ricerca e infrastrutture, ma come uno strumento per costringere la Germania a coprire le spese di altri paesi. Nella stessa logica, si considera l’indennità di disoccupazione comune un sistema per obbligare i Tedeschi a pagare per i lavoratori disoccupati spagnoli o francesi. Ed un programma di garanzia dei depositi per le banche è visto come un modo per forzare i prudenti correntisti tedeschi a pagare i prestiti in sofferenza in Italia.

Di sicuro, ognuna di queste preoccupazioni può essere legittima. Tutte le proposte dovrebbero certamente essere esaminate per garantire che non si abuserà di loro o che esse non presenteranno un rischio etico. La solidarietà europea non è una via a senso unico.

Ma, allo stesso tempo, i leader tedeschi devono riconoscere che l’attenzione esclusiva da loro riservata agli effetti distributivi è velenosa. Dovrebbero ricordarsi quando, nel 1979, il primo ministro britannico Margaret Thatcher è arrivata ad un vertice europeo dichiarando: “Voglio indietro i miei soldi”. Si è dimostrata la stessa logica quasi 40 anni dopo durante la campagna Brexit, quando i politici di  “Leave” hanno sostenuto falsamente che il ritiro dall’UE avrebbe portato “indietro il denaro” al servizio sanitario nazionale.

Perché la Germania è ossessionata dalla paura di pagare troppo? Il bilancio UE contiene molti elementi da criticare, ma difficilmente tratterà la Germania ingiustamente. È possibile che la Germania sia il più grande contributore netto, ma questo perché ha l’economia più grande. Come percentuale del reddito nazionale, anche paesi come Belgio, Francia e Paesi Bassi contribuiscono per una quota significativa del loro reddito netto.

I timori tedeschi riguardo al fatto che il Meccanismo Europeo di Stabilità funga da canale per trasferimenti occulti sono altrettanto infondati. È vero, il MES beneficia di bassi oneri finanziari, che vengono sostanzialmente trasferiti ai paesi debitori. Se la Grecia non potrà rimborsare il suo debito, gli azionisti del MES subiranno una perdita; e questo rischio non è valutato nel tasso di interesse pagato dalla Grecia. Ma, finora, il MES ha continuato a registrare utili ed ogni perdita che subirà sarà distribuita tra tutti gli azionisti – tra cui, ad esempio, l’Italia. Il MES è quindi lontano dall’essere una macchina di sovvenzione finanziata dal contribuente tedesco.

Alcuni in Germania denunciano anche i cosiddetti Bilanci Target2 , che registrano le eccedenze ed i disavanzi bilaterali delle banche centrali nazionali rispetto alla Banca Centrale Europea. Hans-Werner Sinndell’Università di Monaco, per esempio, sostiene che il sistema Target è diventato un canale per operazioni occulte a vantaggio dei paesi debitori dell’Europa meridionale. È vero che, nel mese di settembre, la Bundesbank ha realizzato un utile netto di 878 miliardi di euro (1,2 trilioni di dollari) rispetto alla BCE, mentre l’Italia e la Spagna hanno registrato disavanzi pari rispettivamente a 432 miliardi e 373 miliardi di euro. Queste posizioni riflettono il livello a cui i flussi ufficiali continuano a sostituire quelli privati.

Ma, ancora una volta, questa disposizione non è costata alla Germania un singolo euro. Al contrario, il sistema Target è essenzialmente un regime di assicurazione collettivo: se una banca centrale nazionale dovesse fallire, la perdita sarebbe condivisa tra tutti gli azionisti della BCE. Il sistema consente quindi agli esportatori tedeschi di continuare a vendere i loro prodotti nell’Europa meridionale, perché garantisce che questi verranno pagati. L’affermazione che la Germania perde da questo meccanismo è semplicemente falsa.

Sarà sempre nell’interesse di un partito politico rispondere alle paure dell’elettorato. Ma i politici hanno anche il dovere di far sapere agli elettori quando i loro timori sono eccessivi o infondati. L’Europa ha bisogno di una Germania che ponga il veto a proposte parziali. Ma ha bisogno anche di una Germania capace di superare le proprie ristrette ossessioni e di svolgere un ruolo guida.

Con le consultazioni per la coalizione in corso, i leader tedeschi hanno l’opportunità di valutare nuovi sviluppi globali che potrebbero avere implicazioni di vasta portata anche per l’Europa e la Germania. Devono decidere se è più rischioso non fare niente, o prendere l’iniziativa. Nessuno si aspetta una “conversione sulla via di Damasco”. Ma si spera in un governo più disponibile ad offrire soluzioni.

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