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Tregua o Riforme in Europa?

MILANO – Il primo turno delle elezioni francesi ha fatto registrare un esito molto vicino alle aspettative: il centrista Emmanuel Macron è risultato primo, con il 24% dei voti, battendo di un soffio Marine Le Pen del Fronte Nazionale di estrema destra che se n’è aggiudicata il 21,3%. Salvo un incidente politico come quello capitato al precedente leader conservatore, François Fillon, il 7 maggio Macron quasi certamente vincerà il secondo turno elettorale contro Le Pen. L’Unione Europea sembra al sicuro – per ora.

Con il “pro-UE” Macron che appare diretto verso l’Eliseo – i candidati dei partiti tradizionali di destra e sinistra che hanno perso al primo turno gli hanno già dichiarato il loro appoggio – la minaccia immediata per l’Unione Europea e la zona euro sembra essersi attenuata. Ma non è il momento di compiacersi. A meno che l’Europa non affronti i nodi dei modelli di crescita e non persegua riforme urgenti, i rischi a lungo termine per la sua sopravvivenza sono destinati quasi certamente ad aumentare.

Inoltre, come è stato spesso notato, le elezioni francesi, come altre votazioni di fondamentale importanza dello scorso anno, rappresentano un rifiuto dei partiti politici del tradizionale sistema di potere: il repubblicano Fillon è arrivato al terzo posto, con circa il 20% dei voti, e Benoît Hamon del Partito Socialista è risultato quinto, con meno del 6,5%. Mentre, Jean-Luc Mélenchon, euroscettico di estrema sinistra, si è aggiudicato il 19,5%, facendo attestare la quota totale degli elettori che hanno scelto candidati di partiti non tradizionali – Le Pen, Macron e Mélenchon – a quasi il 65%.

A differenza dei voti dello scorso anno per Brexit nel Regno Unito e per Donald Trump negli Stati Uniti, espressi da elettori della classe media e di mezza età, in Francia sono stati i giovani all’avanguardia nel rigettare l’establishment. Mélenchon, che finora si è rifiutato di esprimersi a favore di Macron nella seconda tornata elettorale, ha ricevuto circa il 27% dei voti da parte dei votanti con età compresa tra i 18 e i 34 anni. Le Pen è risultata la seconda candidata più popolare tra i giovani elettori, in particolare quelli meno istruiti.

Questa tendenza non è un’esclusiva della Francia. In Italia, in sondaggi recenti, il Movimento Cinque Stelle, anti-establishment ed euroscettico, ha superato il Partito Democratico di centro-sinistra, con i giovani che costituiscono una componente significativa di tale sostegno. Allo stesso modo, nel referendum italiano dello scorso dicembre, gli elettori più giovani hanno rappresentato una quota sostanziale del voto contro la riforma costituzionale – essenzialmente un voto contro il primo ministro Matteo Renzi, che aveva messo in gioco la sua sopravvivenza politica puntando tutto sulla loro adozione.

Ovviamente, anche a fronte di risultati economici deboli ed in calo, può esserci un limite massimo al consenso che i partiti populisti possono raccogliere – un livello che può essere inferiore ad un mandato governativo. Ma il fatto che i partiti ed i candidati che rifiutano lo status quo stanno guadagnando terreno, in particolare tra i giovani, riflette una profonda polarizzazione politica che genera difficoltà di governance tali da ostacolare le riforme.

Tuttavia, le riforme sono proprio ciò che è necessario per affrontare queste tendenze, che rappresentano problemi fondamentali dovuti agli andamenti di crescita attualmente prevalenti. In Francia, Italia e Spagna la crescita è troppo bassa, la disoccupazione è alta e la disoccupazione giovanile ancora più alta. In Francia, il tasso di disoccupazione giovanile è in prossimità del 24%, e con una lenta tendenza verso il ribasso. In Italia, essa è al 35% e supera il 40% in Spagna.

Questi sono paesi con importanti sistemi di sicurezza sociale. Ma questi sistemi proteggono i lavoratori già attivi sul mercato molto di più dei nuovi entranti. E le riforme che sono state implementate, per facilitare l’accesso al lavoro, non sono sufficienti nel contesto di una debole crescita complessiva.

Senza riforme radicali, l’aritmetica demografica suggerisce il probabile incremento delle componenti di popolazione emarginate ed anti-establishment (a meno che i giovani d’oggi non cambino radicalmente man mano che invecchiano). La questione è se questa tendenza porterà ad una reale rottura dello status quo o semplicemente alla polarizzazione politica che indebolisce l’efficacia di governo.

La soluzione ai guai delle economie europee sembra chiara: un insieme di riforme che incoraggino modelli di crescita più vigorosi e molto più inclusivi. Dopo tutto, mentre la globalizzazione e la tecnologia portano alla delocalizzazione di posti di lavoro, una crescita adeguata può garantire che l’occupazione globale sia sostenuta. A tal fine sono necessarie riforme sia a livello nazionale che europeo.

Mentre ogni paese dell’UE ha le proprie caratteristiche specifiche, si distinguono alcuni comuni imperativi di riforma. In particolare, tutti i paesi devono ridurre le rigidità strutturali, che scoraggiano gli investimenti ed ostacolano la crescita. Per aumentare la flessibilità, i sistemi di sicurezza sociale devono essere per lo più sconnessi da specifici posti di lavoro, aziende e settori, e ricostruiti intorno ad individui e famiglie, redditi e capitale umano.

Il resto dei programmi nazionali di riforma è complesso, ma il suo obiettivo è semplice: aumentare gli investimenti del settore privato. In questo ambito ricadono aspetti quali le riforme normative, le misure anticorruzione e gli investimenti pubblici, in particolare per istruzione e ricerca.

A livello europeo, il fenomeno recente più significativo è l’indebolimento dell’euro rispetto alla maggior parte delle principali valute, in particolare, dalla metà del 2014, rispetto al dollaro americano. Ciò ha causato forti eccedenze all’interno della zona euro e ha contribuito a ripristinare una certa competitività all’interno dei settori commerciali di Francia, Spagna e Italia. In tutti e tre i paesi, il turismo è un settore importante per l’occupazione e la bilancia dei pagamenti, e le spese in euro sono aumentate.

Ovviamente, l’euro più debole ha alimentato grandi eccedenze in Germania e nell’Europa settentrionale, dove i costi unitari del lavoro sono inferiori rispetto alla produttività. A lungo termine, è necessaria la convergenza dei costi unitari del lavoro. Ma questo richiederà tempo, specialmente in un ambiente a bassa inflazione. Nel frattempo, l’euro debole può contribuire a stimolare la crescita.

A livello di Unione Europea, occorre anche un’azione sull’immigrazione, che è emersa come importante problema economico e politico. Di fronte all’afflusso di un gran numero di rifugiati provenienti dal Medio Oriente e dall’Africa – afflussi che eccedono la capacità di assorbimento di molti paesi – potrebbe essere necessario che l’Unione Europea modifichi la libera circolazione delle persone per un periodo di tempo.

Dopo la Germania, la Francia è il paese più importante della zona euro. Se un’eventuale vittoria di Macron venisse considerata come un’opportunità per perseguire energiche riforme, volte a stimolare crescita ed occupazione, le elezioni francesi potrebbero costituire un importante punto di svolta per l’Europa. Se invece essa fosse assunta quale convalida dello status quo, comporterebbe solo una breve tregua per un’UE assediata.