L’Europa perde la ragione

NEW YORK – Alla fine gli Stati Uniti stanno mostrando segni di ripresa dalla crisi scoppiata alla fine dell’amministrazione del presidente George W. Bush, quando la quasi-implosione del suo sistema finanziario provocò onde d’urto in tutto il mondo. Ma non si tratta di una ripresa forte; diciamo che alla meglio non si sta ampliando il divario tra il punto in cui l’economia avrebbe dovuto essere e il punto in cui si trova oggi. Se si sta colmando, lo sta facendo in modo molto lento; i danni causati dalla crisi sembrano essere a lungo termine.

E potrebbe anche peggiorare. Dall’altra parte dell’Atlantico, ci sono pochi segnali di una ripresa anche modesta in stile Usa: il divario tra il punto in cui si trova l’Europa e il punto in cui dovrebbe essere senza crisi continua a crescere. Nella maggior parte dei Paesi dell’Unione europea, il Pil pro capite è inferiore al periodo precedente la crisi. Un mezzo decennio perduto si è rapidamente trasformato in un intero decennio perduto. Dietro alle fredde statistiche, ci sono vite rovinate, sogni svaniti e famiglie andate a pezzi (o mai formatesi) mentre la stagnazione – in alcuni posti la depressione – avanza anno dopo anno.

L’Ue vanta persone molto talentuose e con un alto grado di istruzione. I suoi Paesi membri contano su forti quadri giuridici e società ben funzionanti. Prima della crisi, la maggior parte aveva persino economie ben funzionanti. In alcuni Paesi, la produttività all’ora – o il tasso di crescita – era tra le più alte del mondo.

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