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Che tipo di Internet sceglierà l’Europa?

BRUXELLES – Quando la Commissione europea annuncerà la nuova strategia digitale il 6 maggio, dovrà far fronte a una scelta decisiva tra due diversi approcci verso Internet. Opterà per un percorso lungimirante guidato dal mercato? Oppure sceglierà una linea difensiva, superata e retrograda?

Prima la buona notizia: l’alto profilo dell’annuncio programmato dimostra come i leader del continente riconoscano che Internet non può più essere relegato ai margini dell’attività politica  europea. È fondamentale per le performance economiche e per modernizzare la base industriale dell’Europa.

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Negli ultimi cinque anni, mentre l’Europa affrontava i suoi guai macroeconomici, gli Stati Uniti e l’Asia facevano progressi, raccogliendo i frutti della digitalizzazione. In base a un recente studio condotto da Plum Consulting, l’information and communications technology (ICT) ha contribuito quasi per l’1,6% alla crescita annua della produttività negli Usa durante questo periodo – doppiando il contributo in Europa. Questo risultato non sorprende però, tenuto conto del quasi 5% di investimenti americani spesi in questo comparto, rispetto al 2% in Europa.

“La differenza non sta nel fatto che Internet rappresenta una fetta più ampia dell’economia negli Usa, ma nel fatto che gli Usa sono stati più bravi a usare Internet in tutto il sistema economico”, scrivono i consulenti Plum Brian Williamson e Sam Wood. “L’Europa investe più degli Usa in generale in percentuale al Pil, ma non su Internet e ICT.”

La domanda cui devono far fronte i politici europei è come colmare questo divario. La migliore strategia sarebbe quella di abbracciare Internet, anche dove è dirompente. In pratica, questo significa ridurre le lungaggini burocratiche così che tutte le aziende possano vendere beni e servizi in un mercato comune che conta 500 milioni di persone. Le società europee oggi devono destreggiarsi tra 28 normative. Non sorprende che solo il 15% dei consumatori fa shopping online al di là dei confini europei.

Il focus dell’Europa dovrebbe essere di rimuovere le barriere e aggiornare la normativa per incoraggiare un maggiore, e non un minore, uso di Internet. Servirà coraggio per affrontare chi vorrebbe nascondersi dietro ai confini nazionali e tutelare gli esistenti modelli di business. Per beneficiare appieno di Internet, l’Ue dovrebbe evitare di favorire le aziende locali rispetto ai competitor globali, e tutti gli investimenti dovrebbero essere ben accetti, che arrivino da Stoccolma, Seul o San Francisco. Un regime normativo che avvantaggiasse ingiustamente le aziende locali non farebbe che danneggiare i consumatori, frenare l’innovazione e minare la competitività.

I policymaker europei dovrebbero altresì garantire l’accesso all’ingrosso non-discriminatorio alle reti di comunicazione, e assicurarsi che i consumatori e le aziende dispongano di ampia gamma di scelta per le telecomunicazioni e i servizi online. L’Ue dovrebbe poi impegnarsi a livello internazionale per garantire che Internet rimanga un elemento chiave del sistema commerciale mondiale. Dovrebbe, ad esempio, portare a termine i negoziati con gli Usa relativi all’accordo di “Safe Harbor” per i trasferimenti di dati, così incoraggiando le società su entrambi i versanti dell’Atlantico ad affidarsi ai trasferimenti di dati commerciali.

Sfortunatamente, due indizi minacciosi puntano nella direzione sbagliata. I due pesi massimi dell’Europa, Francia e Germania, sono stati categorici: sono decisi a rovesciare il progresso digitale. Recentemente, il commissario europeo per l’economia e la società digitale, Günther Oettinger ha fatto riferimento al concetto di neutralità della rete – in cui tutto il traffico di internet è soggetto a parità di trattamento, a prescindere dalla sua natura o origine, come quelli di stampo talebano – e ha chiesto una nuova tassa sui servizi online.

Le pressioni tedesche e francesi hanno portato a richieste di poteri normativi rafforzati per limitare le potenti, solitamente americane, piattaforme, come Google e Facebook. Il continente sembra anche in procinto di mandare all’aria l’importante principio del “one-stop shop”, che avrebbe consentito alle aziende di affidarsi all’autorità di supervisione del Paese membro in cui il controller o processor ha la sua sede principale. Nel frattempo, i dimostranti di tutta Europa hanno rivendicato un provvedimento restrittivo sui servizi di trasporto privato di Uber e delle restrizioni sui servizi di home-sharing di Airbnb, e il Senato francese sta considerando gli obblighi circa la “neutralità dei motori di ricerca”.

Tutte queste mosse si aggiungono a un allarmante ed errato approccio verso Internet. Se l’Europa continua su questa strada, rischia di perdersi il potenziale dell’economia online. Dopo tutto, sono anche le piccole aziende europee, e non solo quelle americane, a beneficiare delle piattaforme di e-commerce come eBay e Amazon e dei servizi pubblicitari di Google e Facebook. E anche gli app developer europei creano il business sui software cellulari.

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Internet non è un gioco in cui c’è chi vince e c’è chi perde; tutti vincono. Né tanto meno l’Eurona è in lotta con le altre regioni. Dopo tutto, l’Europa conta quasi tante aziende in Internet che valgono miliardi di euro quante gli Usa. La scelta più saggia per l’Europa sarebbe quella di garantire l’ascesa di nuove aziende in Internet vincenti, creando le migliori condizioni possibili per gli innovatori digitali.

Traduzione di Simona Polverino