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Una “Triangolazione” della Brexit

BRUSSELS – A più di 100 giorni dal voto del Regno Unito di stretta misura a favore dell’abbandono dell’Unione Europea, non è affatto chiaro quali accordi disciplineranno gli scambi commerciali attraverso la Manica dopo Brexit. Le discussioni politiche tendono a ruotare attorno a tre questioni fondamentali: i controlli sull’immigrazione, l’accesso al mercato unico, e i diritti conferiti dal passaporto per i servizi finanziari. Quale equilibrio dovrebbero assicurare i leader europei?

Molti in Gran Bretagna sanno esattamente quello che vogliono: l’imposizione di controlli sulla circolazione dei lavoratori provenienti dal resto dell’UE, così da proteggere il mercato del lavoro nazionale, ma senza perdere l’accesso al mercato unico o i diritti conferiti dal passaporto, che consentono alle imprese britanniche di vendere i loro servizi finanziari sul continente. Questo era, dopo tutto, il genere di accordo che molti leader della campagna “Leave” promettevano prima del referendum di giugno.

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Ma la promessa dei sostenitori Brexit rimane un pio desiderio. Come il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble ha sottolineato, l’accesso al mercato unico è indissolubilmente legato alla libera circolazione delle persone. Egli, infatti, ha persino proposto di inviare a Boris Johnson, ministro degli esteri del Regno Unito, una copia del trattato di Lisbona, dove quel vincolo viene istituito.

Questa posizione può sembrare legalistica, e riflette certamente motivazioni politiche. Ma i principi economici fondamentali implicano che la libera circolazione sia, in effetti, importante almeno quanto il libero scambio.

Gli scambi commerciali di solito avvantaggiano entrambe le parti. È quindi chiaro che è nell’interesse comune del Regno Unito e dell’UE ridurre al minimo le perdite derivanti dall’introduzione di nuove barriere attraverso Brexit. Dal punto di vista del benessere europeo, quel che conta è la portata delle barriere commerciali, e non da che parte stia un esportatore o un importatore netto. Barriere basse in genere comportano costi modesti, a meno che non riguardino volumi di scambi molto elevati. Invece, con l’incremento delle barriere, cresce in modo sproporzionato l’impatto negativo sul benessere.

La buona notizia per il Regno Unito è che probabilmente non dovrebbe affrontare barriere commerciali sostanzialmente più alte, anche se in effetti abbandonasse il mercato unico. Dopo tutto, l’UE ha, in generale, un regime commerciale liberale, con basse tariffe esterne. Questo è il motivo per cui molti studi non considerano i benefici economici del commercio transatlantico senza tariffe come la ragione principale per il suo perseguimento.

Anche se il Regno Unito dovesse affrontare alcune barriere aggiuntive – come nuovi obblighi doganali e certificati d’origine – probabilmente il loro impatto sarebbe relativamente molto modesto. Il caso della Svizzera – che è persino più integrata della Gran Bretagna nelle catene produttive dell’UE – dimostra che un’efficiente gestione doganale su entrambi i lati basta per limitare al massimo tali barriere. In ogni caso, le esportazioni di beni verso l’UE generano solo circa il 6% del PIL del Regno Unito.

Un ulteriore motivo per cui è improbabile che l’introduzione di alcune basse barriere commerciali possa produrre grandi perdite consiste nel fatto che le differenze dei costi di produzione dei beni tra i due mercati sono modeste. Produrre un auto in Gran Bretagna, per esempio, costa all’incirca quanto produrne una in Germania.

Le cose però vanno in modo diverso per quanto riguarda le barriere alla libera circolazione dei lavoratori. In Gran Bretagna, produttività e reddito per lavoratore rimangono significativamente più alti rispetto, per esempio, alla Polonia. Un lavoratore può prendere circa 25 euro (27,70 dollari) per un’ora di lavoro nel Regno Unito, ma solo 8,50 euro in Polonia. In altre parole, non consentire ad un operaio polacco di lavorare nel Regno Unito comporterebbe grandi costi economici per l’Europa. Inoltre, se il primo ministro britannico Theresa May darà seguito al suo obiettivo dichiarato di ridurre l’immigrazione netta annua a meno di 100.000 unità, il Regno Unito dovrà attuare misure drastiche – potenzialmente costose – per chiudere il mercato del lavoro britannico.

Ciò significa che le barriere che i negoziatori europei sono in grado di imporre – che in larga misura colpiscono gli scambi di merci – probabilmente avranno un impatto molto inferiore rispetto a quello delle barriere imposte dal Regno Unito, come le quote sui lavoratori dell’UE. Ma c’è un problema in più che i negoziatori devono prendere in considerazione: i servizi finanziari.

Mentre è probabile che il commercio globale dei servizi non risentirà in modo pesante delle conseguenze di Brexit –il mercato interno dei servizi non ha comunque mai funzionato bene – la finanza costituisce un caso particolare, soprattutto a causa del regime di passaporto unico per le banche.

Gli economisti sono spesso ambigui riguardo ai benefici dell’integrazione finanziaria, anche perché grandi flussi di credito bancario possono avere gravi impatti sulla stabilità macroeconomica. Laddove la cartolarizzazione, per esempio, nelle giuste condizioni quadro può aiutare a ridurre i rischi ed incrementare la disponibilità di credito per i mutuatari a rischio, la crisi finanziaria globale del 2008 ha reso drammaticamente evidente che se essa si spinge troppo oltre può comportare costi enormi.

Si possono però adottare delle misure per massimizzare i vantaggi della fornitura di servizi finanziari attraverso la Manica dopo Brexit. La chiave è quella di fondare le decisioni non sul mantenimento del ruolo della City di Londra come centro finanziario europeo, ma garantendo che i servizi forniti rafforzano i mercati europei dei capitali. Ciò comporterebbe la necessità di porre l’accento sul patrimonio netto rispetto ai titoli di debito, e sui finanziamenti di mercato rispetto al credito bancario.

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Dal punto di vista economico, le priorità che dovrebbero guidare le trattative Brexit sono chiare. I negoziatori devono concentrarsi sulla massima riduzione del rischio derivante da nuove barriere alla libera circolazione dei lavoratori; anzi, questa priorità dovrebbe essere persino più importante del mantenere la libera circolazione delle merci. Inoltre, i servizi finanziari britannici dovrebbero essere accolti con favore nell’UE, ma solo se questi l’aiutano ad allontanarsi dal suo sistema incentrato sulle banche e a completare l’unione del mercato dei capitali.

Invece la politica continua a distorcere la discussione, spingendo i leader a fissare limiti alla libera circolazione e ad adottare posizioni mercantiliste sui servizi finanziari. Ci vorrà saggezza politica da entrambe le parti per spostare l’attenzione verso il bene comune.