I lemming del quantitative easing

NEW HAVEN – Come era prevedibile, anche la Banca centrale europea si è unita alle principali autorità monetarie nel più grande esperimento della storia delle banche centrali. Ormai lo schema è più che familiare. Le banche centrali riducono il tasso convenzionale fino al temuto “zero”, poi di fronte ad una protratta debolezza economica e con l’esaurimento di tutti gli strumenti convenzionali, abbracciano l’approccio non convenzionale del quantitative easing (QE).

La teoria che si nasconde dietro a questa strategia è semplice: nell’impossibilità di ridurre ulteriormente il prezzo del credito, si sposta l’attenzione sull’aumento della quantità del credito. L’argomentazione implicita è che lo spostamento dalle modifiche sul prezzo alla quantità è pari all’equivalente funzionale di un’ulteriore implementazione del quantitative easing. Si dice, infatti, che anche ad un tasso di interessi nominale pari a zero, le banche centrali continuino ad avere delle armi a disposizione nel proprio arsenale.

Ma questi strumenti sono realmente in grado di raggiungere l’obiettivo? Per la BCE e la Banca del Giappone, che hanno di fronte dei rischi significativi di perdita rispetto alle loro economie e al livello del prezzo aggregato, questa domanda è del tutto pertinente. Per gli Stati Uniti, dove le recenti conseguenze del quantitative easing devono ancora palesarsi, la risposta è altrettanto consequenziale.

To continue reading, please log in or enter your email address.

To access our archive, please log in or register now and read two articles from our archive every month for free. For unlimited access to our archive, as well as to the unrivaled analysis of PS On Point, subscribe now.

required

Log in

http://prosyn.org/mSTp44y/it;