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L’etichetta “mercati emergenti” ormai sta stretta

LONDRA – Sono passati nove anni da quando ho coniato l’acronimo “BRIC”, che è diventato sinonimo dell’ascesa di Brasile, Russia, India e Cina. Sono trascorsi oltre sette anni da quando io e miei colleghi di Goldman Sachs abbiamo dato alle stampe per la prima volta un report relativo alle prospettive economiche fino al 2050 in cui suggerivamo che i quattro BRIC sarebbero cresciuti più rapidamente rispetto ai paesi del G7 e, insieme agli Stati Uniti, avrebbero costituito le cinque principali economie del mondo.

Sono passati oltre cinque anni da quando è apparsa per la prima volta l’espressione “N-11” (Next 11, Prossimi 11), etichetta che raggruppava le undici economie con le maggiori prospettive di crescita per popolazione e che intendeva affermarsi accanto ai BRIC per il proprio potenziale.

Questi 15 paesi fanno oggi da traino alla ripresa economica mondiale. La Cina ha sorpassato il Giappone come seconda potenza economica del mondo, con una produzione che è quasi pari a quella degli altri tre paesi BRIC messi insieme. Il loro Pil complessivo si attesta attorno agli 11.000 miliardi, ossia all’incirca l’80% di quello americano.

La domanda domestica nei paesi BRIC è persino impressionante. Il valore collettivo in dollari dei consumatori BRIC viene solitamente stimato attorno ai 4.000 miliardi di dollari, presumibilmente 4.500 miliardi di dollari. Il mercato al consumo americano vale oltre il doppio – all’incirca 10.500 miliardi di dollari – ma la forza dei consumatori BRIC sta attualmente crescendo a un tasso annuale, in termini di dollari, di circa 15%, ossia a un tasso annuale che si aggira sui 600 miliardi di dollari.