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D prima di ESG

CHICAGO – Viste le crescenti preoccupazioni sui cambiamenti climatici e sui disordini sociali, gli investitori istituzionali applicano sempre più criteri ambientali, sociali e di governance (ESG) nelle loro decisioni di portafoglio. Se però da un lato è importante che gli investitori considerino i fattori ESG, il nuovo focus rischia di oscurare un problema ancora più grande: il ruolo che le aziende svolgono nel processo democratico.

La Dichiarazione universale dei diritti umani (Articolo 21, Sezione 3) stabilisce che «la volontà popolare è il fondamento dell’autorità del governo. Tale volontà deve essere espressa attraverso periodiche e veritiere elezioni». La democrazia è quindi un diritto umano, il che significa che la prima responsabilità sociale delle imprese – che si tratti di un’impresa individuale o di una società multimiliardaria – è astenersi dal minare la democrazia, sia in patria che all’estero.

Molti considereranno questo punto ovvio o irrilevante. Cosa hanno a che fare le multinazionali con la democrazia? Molte società, di fatto, giocano un ruolo di primo piano nel distorcere il processo democratico, la cui funzione propria è quella di trasformare la volontà popolare in azione legislativa. A tal proposito vorrei illustrarvi il punto con alcuni esempi dagli Stati Uniti, che erano considerati la democrazia più avanzata del mondo.

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