Paul Lachine

Il pappagallo morto

NEW YORK – Il ciclo di negoziati sul commercio globale, denominato Doha Round, è il primo ad essersi svolto sotto l’alto patronato dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), fondata nel 1995. Gli otto cicli precedenti di negoziati commerciali sono stati condotti nell’ambito dell’Accordo generale sulle tariffe doganali e il commercio (Gatt), dopo la sua creazione avvenuta nel 1947.

Ci sono voluti quasi otto anni per concludere il precedente Uruguay Round, e questo lungo periodo portò alcuni a credere ironicamente che Gatt fosse l’acronimo di “General Agreement to Talk and Talk” e non di “General Agreement on Tariff and Trade”, come dire un accordo per chiacchierare anziché per abbattere definitivamente le barriere protezionistiche tra stati. Ma le battute sul Doha Round, ormai prossimo al suo decimo anno, sono ben più cattive – degne del classico sketch dei Monty Python in cui in un negozio di animali un tizio con una gabbia in mano si lamenta che il pappagallo che gli è appena stato venduto è morto e il commesso gli spiega che in realtà sta solo “dormendo”. Quando il pappagallo cade dal trespolo della gabbia, il cliente ribadisce il fatto che il pappagallo sia morto, defunto; per il commesso, invece, il pennuto sarebbe solo “stordito” per la caduta.

I leader politici come il premier britannico David Cameron, il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente indonesiano Susilo Bambang Yudhoyono, che si sono espressamente dichiarati a favore del Doha Round durante il World Economic Forum svoltosi quest’anno a Davos, continuano a sottolineare come un fallimento del Doha Round potrebbe costare caro al mondo in termini di prosperità, frenare il progresso nei paesi in via di sviluppo e ridurre i redditi reali dei lavoratori nei paesi avanzati.

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