Businessmen and shoppers walk along Madison Avenue Spencer Platt/Getty Images

Gli ingredienti mancanti per la crescita

MILANO/NEW YORK – Oggigiorno, l’economia globale è perlopiù caratterizzata da trend economici positivi: disoccupazione in calo, riduzione del divario produttivo, ripresa della crescita e, per ragioni ancora da chiarire, un’inflazione che si mantiene al di sotto dei target fissati dalle principali banche centrali. D’altro canto, però, la crescita della produttività resta debole, le disparità di reddito aumentano, e i lavoratori meno qualificati faticano a trovare opportunità di impiego allettanti.  

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Dopo otto anni di aggressive politiche di stimolo, le economie sviluppate stanno riemergendo da una lunga fase di deleveraging che ha soffocato la crescita dal lato della domanda. Essendo stati modificati il livello e la composizione del debito, le pressioni per ridurre la leva finanziaria si sono ridotte, consentendo così un’espansione globale sincronizzata.    

In futuro, la determinante principale della crescita del Pil – e dell’inclusività dei modelli di crescita – saranno gli incrementi di produttività. Allo stato attuale, però, vi sono molte ragioni per dubitare che la produttività possa riprendere da sola. La mancanza di diversi elementi importanti nel mix politico getta un’ombra sulla possibilità di realizzare una crescita della produttività su vasta scala, nonché di passare a modelli di crescita più inclusivi.

Per cominciare, il potenziale di crescita non può realizzarsi senza un capitale umano sufficiente. Questa lezione si evince chiaramente dall’esperienza dei paesi in via di sviluppo, ma vale anche per le economie sviluppate. Purtroppo, nella maggior parte delle economie, le competenze e le capacità non sembrano riuscire a stare al passo con i rapidi mutamenti strutturali che avvengono sui mercati del lavoro. I governi si sono dimostrati poco disposti o incapaci di intervenire in maniera incisiva sul piano della riqualificazione educativa e professionale, o della ridistribuzione del reddito. E in paesi come gli Stati Uniti, la distribuzione del reddito e della ricchezza è così distorta che le famiglie a basso reddito non possono permettersi di investire in misure che consentano loro di adeguarsi a condizioni di lavoro in rapida evoluzione.     

In secondo luogo, la maggior parte dei mercati del lavoro presenta una grave lacuna informativa che deve essere colmata. I lavoratori sanno che il cambiamento arriverà, ma non sanno come evolveranno le competenze richieste e, pertanto, non possono basare le proprie scelte su dati concreti. L’impegno di governi, istituzioni educative e imprese nel fornire un orientamento in tal senso è ancora ben lungi dal ritenersi adeguato. 

In terzo luogo, le imprese e le persone tendono ad andare lì dove le opportunità si vanno espandendo, i costi per fare impresa sono bassi, le prospettive di assunzione sono buone e la qualità della vita è elevata. I fattori ambientali e le infrastrutture sono fondamentali per creare condizioni dinamiche e competitive come quelle appena descritte. Le infrastrutture, ad esempio, riducono i costi e migliorano la qualità della connettività. Le argomentazioni a favore degli investimenti nelle infrastrutture tendono a concentrarsi sugli aspetti negativi: ponti che crollano, autostrade congestionate, viaggi aerei scadenti e così via. Ma i policymaker dovrebbero guardare oltre la necessità di mettersi in pari con la manutenzione arretrata. L’aspirazione dovrebbe essere quella di investire in infrastrutture destinate a creare nuove opportunità per favorire l’innovazione e gli investimenti del settore privato.

Quarto, la ricerca finanziata con fondi pubblici in ambiti quali scienza, tecnologia e biomedicina è fondamentale per stimolare l’innovazione nel lungo periodo. Contribuendo alla diffusione della conoscenza, la ricerca apre nuovi canali all’innovazione nel settore privato. E ovunque la si pratichi, essa produce effetti che si propagano anche all’economia locale circostante.      

Quasi nessuna di queste quattro considerazioni rappresenta un tratto distintivo del contesto politico attualmente in vigore nella maggior parte dei paesi sviluppati. Negli Stati Uniti, ad esempio, il Congresso ha approvato un pacchetto di riforme fiscali che da un lato potrebbe portare a un incremento degli investimenti privati, ma dall’altro farà poco per ridurre le disuguaglianze, ripristinare e ridistribuire il capitale umano, migliorare le infrastrutture, o espandere le conoscenze tecnico-scientifiche. In altri termini, il pacchetto ignora gli ingredienti necessari per gettare le basi per modelli di crescita equilibrati e sostenibili, caratterizzati da un’elevata produttività economica e sociale, sostenuta sia dal fronte dell’offerta sia da quello della domanda (compresi gli investimenti).

Ray Dalio definisce un percorso che prevede investimenti nel capitale umano, nelle infrastrutture e nella base scientifica dell’economia come “percorso A”. All’opposto, vi è il “percorso B”, caratterizzato invece da una carenza di investimenti in aree che stimolano la produttività, come le infrastrutture e l’istruzione. Anche se, al momento, le economie sembrano propendere per il secondo, è il percorso A che produce una crescita maggiore, nonché più inclusiva e sostenibile, migliorando al tempo stesso il persistente eccesso di debito associato a un ampio debito sovrano e a passività non debitorie in settori quali pensioni, previdenza sociale e sanità pubblica.    

Potrebbe essere una pia illusione, ma il nostro augurio per il nuovo anno è che i governi rafforzino l’impegno congiunto a tracciare una nuova rotta dal percorso B al percorso A, secondo la definizione di Dalio.

Traduzione di Federica Frasca

http://prosyn.org/wRAncHU/it;

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