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Distrazione Cinese per i DSP

WASHINGTON, DC – All’inizio di ottobre, la valuta cinese, il renminbi, è stata aggiunta al paniere delle valute che compongono i Diritti Speciali di Prelievo del Fondo Monetario Internazionale, o DSP. In precedenza, il valore dei DSP veniva definito in base alla media ponderata di dollaro, euro, sterlina britannica e yen giapponese. Ora che il renminbi è stato aggiunto può considerarsi una delle cinque valute davvero globali.

È importante? Per i cinesi certamente si. A Pechino, in cui sono stato alla fine del mese scorso, ad aderire all’esclusivo club DSP erano tutte persone che ne volevano parlare. (Okay, a dire la verità, volevano parlare anche di Donald Trump.)

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Vedere il renminbi aggiunto al paniere DSP ha costituito motivo di orgoglio nazionale. Ciò ha simboleggiato l’affermazione della Cina come potenza mondiale. Ed ha giustificato gli sforzi del governo ad incoraggiare l’uso del renminbi nelle transazioni transfrontaliere, liberando la Cina e il resto del mondo da un’eccessiva dipendenza dal dollaro.

Ma il fatto è che l’aggiunta del renminbi al paniere DSP ha una scarsa rilevanza pratica. DSP non è una moneta; rappresenta solo l’unità in cui il FMI riporta i suoi conti finanziari. Solo una piccola manciata di obbligazioni internazionali sono denominati in DSP, perché le banche e le imprese non trovano questa opzione particolarmente attraente. L’emittente principale di obbligazioni DSP è un’organizzazione affiliata al FMI, la Banca Mondiale (il Fondo stesso non è autorizzato ad emettere obbligazioni).

L’unica implicazione pratica di aggiungere il renminbi al paniere DSP è che adesso la moneta cinese diventa una delle valute di cui i paesi possono disporre, insieme alle altre quattro valute componenti DSP, allorché contraggono prestiti dal FMI. Solo il tempo ci dirà quanti desiderano farlo.

I cinesi sostengono che l’aggiunta del renminbi al paniere DSP deve essere considerata in un contesto più ampio. Fa parte di una serie di passaggi volti a favorire l’uso del renminbi nelle transazioni internazionali.

Questo programma prevede trattative per accordi di currency swap, finora più di due dozzine, tra la Banca Popolare Cinese (PBOC) e le banche centrali estere. Esso include anche la designazione di un istituto finanziario cinese per fornire servizi di compensazione e di regolamentazione per le operazioni in renminbi in tutti i principali centri finanziari (nel mese di settembre, per esempio, la Bank of China è stata scelta come la banca di compensazione ufficiale per New York). Inoltre, enti stranieri vengono autorizzati ad emettere obbligazioni denominate in renminbi nella stessa Cina. Verso la fine di agosto, il governo polacco è stato il primo governo europeo a farlo.

Ma la realtà, ancora una volta, è che questi passaggi sono più simbolici che sostanziali. Gli swap in renminbi della PBOC sono quasi del tutto inutilizzati. Le banche di compensazione designate non sono state esattamente inondate da affari. I depositi bancari offshore in renminbi sono in calo. La quota degli scambi di merci cinesi regolati in renminbi è in diminuzione dalla metà del 2015. E non vi è alcun segnale che a breve altri governi siano disposti a seguire il governo polacco sul terreno in cui questo si è così coraggiosamente avventurato.

La colpa, per parafrasare Shakespeare, non è delle stelle, ma degli stessi mercati finanziari cinesi. Dalla metà del 2015, il mercato azionario del paese è stato sulle montagne russe. Ogni organizzazione internazionale che si rispetti, dal Fondo Monetario Internazionale alla Banca dei Regolamenti Internazionali, ha denunciato i problemi del mercato obbligazionario cinese. E se le inadempienze sui prestiti alle società diventeranno molto diffuse, come queste organizzazioni prevedono, le implicazioni per le banche potrebbero essere disastrose.

Il problema sono le tattiche sbagliate da parte del governo cinese. Il governo e la PBOC credono che allentare i controlli sui capitali e permettere al capitale finanziario di fluire più liberamente dentro e fuori dal paese costringerà i partecipanti al mercato finanziario a fare la loro parte. Le aziende dovranno aggiornare i principi contabili, e le banche le loro pratiche di gestione del rischio, per far fronte al ritmo più rapido delle transazioni finanziarie. Ne risulteranno mercati finanziari più liquidi e stabili, rendendo così il renminbi più attraente come unità di conto, mezzo di pagamento, e riserva di valore per residenti e stranieri.

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Si può assumere però che sfortunatamente l’esito non sia di questo tipo. Se le banche e le imprese cinesi saranno lente a regolarsi, la liberalizzazione dei flussi di capitali internazionali porterà solo ad una maggiore volatilità, ad un minor numero di depositi off-shore, e ad un minor ricorso al renminbi per la risoluzione delle transazioni di merci – esattamente ciò che si è verificato di recente.

I politici cinesi adesso devono mettere i buoi davanti al carro. Il passo più importante da fare per favorire l’internazionalizzazione del renminbi è quello di rafforzare i mercati finanziari nazionali, modernizzare la regolamentazione e semplificare l’esecuzione dei contratti. Se la Cina vuole trasformare il renminbi in una valuta globale di prima classe, dovrebbe prestare meno attenzione alla quotazione del renminbi a New York ed al peso della valuta nel paniere DSP; e stare invece più attenta allo sviluppo interno di mercati finanziari dotati di spessore, liquidità e stabilità.