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Lo scoppio della bolla cinese

NEW YORK – Negli ultimi anni i problemi legati al modello di crescita della Cina sono diventati evidenti e si sono riacutizzati con il recente crollo della borsa cinese. Le discussioni sugli squilibri e sulle vulnerabilità dell’economia cinese tendono tuttavia a trascurare alcuni elementi positivi della sua evoluzione strutturale, ed in particolar modo la lunga esperienza del governo in rapidi interventi correttivi ed il consistente bilancio al quale può attingere se necessario.

In questo contesto, tuttavia, si deve considerare la bolla cinese degli ultimi sei mesi come un’eccezione. Non solo, infatti, le agenzie di regolamentazione cinesi hanno favorito la crescita della bolla permettendo agli investitori al dettaglio (molti dei quali nuovi arrivati nel mercato) di accedere alla negoziazione di margine (tramite prestiti), ma anche la risposta politica legata alla correzione dell’andamento del mercato a fine giugno ha comportato una serie di problematiche.

Viste le esperienze passate con questo tipo di bolle speculative, gli errori legati alle politiche finora implementate sono sorprendenti. Nell’autunno del 2007 mi trovavo a Pechino quando l’indice composito di Shangai subì un aumento vertiginoso arrivando a 6.000 (l’ultimo picco si è assestato a poco più di 5.000) principalmente a causa della partecipazione nei mercati di investitori al dettaglio con poca esperienza.

Al tempo pensavo che la più grande preoccupazione relativa alle politiche adottate sarebbe stata la prospettiva di un surplus di conto corrente superiore al 10% del PIL che avrebbe creato frizione tra i partner commerciali della Cina. Ma i leader cinesi si sono invece preoccupati maggiormente delle eventuali conseguenze sociali legate alla correzione dell’andamento della borsa avvenuta poco dopo. Sebbene alla fine non si sono in realtà scatenate tensioni sociali, si è comunque registrato un periodo prolungato di quotazioni azionarie moribonde nonostante la continua e rapida crescita dell’economia.