Bank of England Stefan Rousseau/PA/Getty Images

Le banche centrali sotto osservazione

LONDRA – L’11 novembre 1997, la Banca di Inghilterra ha fatto un grande passo avanti verso l’indipendenza, grazie alla seconda lettura da parte della Camera dei Comuni di una proposta di legge che modificava il Bank Act del 1946. La proposta di legge confermava da un punto di vista legislativo la decisione, presa dall’allora Cancelliere dello Scacchiere Gordon Brown, di liberare le operazioni della banca centrale dal controllo del governo. Si trattava di un punto di svolta per un’istituzione che era stata sotto il giogo del governo per mezzo secolo e simbolizzava come il bisogno di indipendenza della banca centrale era diventato un’opinione diffusa.

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Ora tuttavia tale convinzione è messa in dubbio e non solo nel Regno Unito. Finché l’inflazione rappresentava un pericolo reale e presente, aveva senso delegare la politica monetaria a banchieri centrali conservativi che non subivano pressioni per finanziare il deficit di bilancio del governo. Oggi, invece, il problema è l’opposto, vale a dire che le banche centrali sono incapaci di alzare l’inflazione ai livelli prefissati.

Per realizzare questo obiettivo, è necessario che i decisori della politica fiscale e monetaria lavorino insieme, compreso consentire alla banca centrale, in extremis, di monetizzare i deficit di bilancio. Ma quando si tratta di collaborare con le autorità fiscali, l’indipendenza della banca centrale è più un ostacolo che un aiuto.

L’indipendenza era anche più semplice da difendere quando il compito dei banchieri centrali era limitato a tenere l’inflazione bassa e stabile. A causa di questa competenza ristretta, le conseguenze distributive delle decisioni delle banche centrali erano limitate. Era più semplice, inoltre, spiegare come gli strumenti di politica delle banche centrali erano legati ai loro obiettivi dettati dalla politica.

Ma dopo che la crisi finanziaria globale ha evidenziato i pericoli di relegare la politica fiscale ed economica in spazi separati, le banche centrali hanno acquisito ulteriori responsabilità. Decidere se salvare o no una specifica istituzione finanziaria, se garantire stabilità sistemica o per altre ragioni, ha conseguenze visibili per i singoli investitori.

Lo stesso vale per gli interventi non convenzionali nei mercati delle obbligazioni societarie e dei titoli garantiti dai mutui. Senza alcuna sorpresa, la nozione di indipendenza per le banche centrali che hanno chiaramente aiutato le istituzioni finanziarie – e questo in un momento in cui la società nel complesso era sotto uno stress economico senza precedenti – è diventata subito tossica politicamente.

L’indipendenza è anche più problematica in un’epoca in cui le ripercussioni transnazionali delle politiche monetarie nazionali sono diventate potenti. Tali conseguenze fanno sì che le banche centrali prendano in considerazione l’impatto delle loro politiche sui paesi esteri e sul sistema globale. Ma il perseguimento di obiettivi globali è difficile, quasi impossibile, quando le banche centrali funzionano in base a mandati limitati e focalizzati sul piano nazionale che l’indipendenza richiede.

Oggi le banche centrali sono sotto attacco per tutti questi motivi: perché non raggiungono i loro obiettivi di inflazione, perché non mantengono la stabilità finanziaria, perché non riescono a ripristinare la stabilità in modo trasparente e perché non tengono adeguatamente conto delle ripercussioni globali delle loro politiche. Insoddisfatti della loro performance, i politici cercano di riaffermare il controllo.

Pertanto, vediamo la Banca d'Italia attaccata per la gestione della crisi bancaria del paese. Sentiamo la Banca d'Inghilterra criticata per aver espresso preoccupazioni sulle ripercussioni macroeconomiche della Brexit. Ascoltiamo congetture secondo le quali il presidente degli Stati Uniti Donald Trump intende impacchettare il Federal Reserve Board con nomine politicamente conformi.

Ma compromettere l'indipendenza della banca centrale per aumentare la responsabilità politica sarebbe come buttare tutto all’aria. La politica monetaria è complessa e tecnica. Il ritorno del controllo ai politici non è tanto più prudente che consegnare loro le chiavi delle centrali nucleari di un paese.

Alcuni diranno che il modo che le banche centrali hanno per assicurarsi l’indipendenza è quello di abbandonare le politiche macroprudenziali e microprudenziali e forzare gli interventi non convenzionali sui mercati dei titoli. Ma una lezione chiave della crisi è che le politiche macroeconomiche e finanziarie sono strettamente intrecciate e che il loro coordinamento è più efficace quando i due compiti sono affidati alla stessa istituzione, anche se gestiti da comitati separati. Dato che prevale il tasso di interesse basso, inoltre, è tutto tranne che certo, con l’arrivo di un'altra crisi, che le politiche non convenzionali torneranno.

Ciò che le banche centrali possono fare per risolvere le minacce alla loro indipendenza è diventato più trasparente. Possono annunciare i voti dei singoli membri del consiglio su tutte le questioni rilevanti per la politica e pubblicare le minute senza indebiti ritardi. Possono tenere più conferenze stampa ed essere meno fluttuanti nel spiegare le proprie politiche. Possono evitare di pontificare su questioni lontane dai loro mandati. Possono riconoscere il diritto dei politici a definire gli obiettivi che la banca centrale è incaricata di raggiungere.

E per modellare le opinioni di quei politici, possono spiegare meglio perché la cooperazione con le autorità fiscali e le banche centrali straniere sia nell'interesse pubblico. Possono pubblicare conti finanziari più dettagliati, anche sulle operazioni individuali sui titoli e sulle controparti.

Soprattutto, possono evitare di intervenire nella politica parlamentare, come ha fatto la Banca Centrale Europea quando ha accelerato la caduta del governo di Silvio Berlusconi in Italia nel 2011. Poi possono mantenere la testa bassa e sperare per il  meglio.

Traduzione di Rosa Marseglia

http://prosyn.org/Dq4cicm/it;

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