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Il futuro dopo la Brexit

NEW YORK – Assimilare le reali implicazioni del referendum sulla Brexit porterà via molto tempo alla Gran Bretagna, all’Europa e al mondo intero. Le conseguenze più profonde dipenderanno, naturalmente, dalla risposta dell’Unione Europea alla decisione del Regno Unito di abbandonare l’Ue. La maggior parte delle persone inizialmente credeva che l’Unione Europea “non si sarebbe data la zappa sui piedi”: dopo tutto, un divorzio consensuale sembra essere nell’interesse di tutti. Ma il divorzio – come molti sanno – potrebbe rivelarsi una gran confusione.

I benefici dell’integrazione economica e commerciale tra Regno Unito e Unione Europea sono reciproci e se l’Ue ritiene seriamente che una maggiore integrazione economica sia utile ad entrambe le parti, i leader europei cercheranno di garantire legami più stretti possibili a seconda delle circostanze. Tuttavia Jean-Claude Juncker, l’architetto dell’evasione fiscale di molte società del Lussemburgo e ora Presidente della Commissione Europea, sta assumendo una linea dura: “Fuori significa fuori”, ha detto.

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Questa reazione è forse comprensibile, considerando che Juncker potrebbe essere ricordato come la persona che ha esercitato un certo controllo nella fase iniziale di dissoluzione dell’Unione Europa. Il Presidente sostiene che, per scoraggiare gli altri Paesi dal lasciare la Comunità Europea, l’Ue deve essere irremovibile, offrendo al Regno Unito molto meno di ciò che è garantito secondo gli accordi dell’Organizzazione mondiale del commercio.

In altre parole, l’Europa non deve essere tenuta unita tramite i suoi benefici, che superano di gran lunga i costi. La prosperità economica, il senso di solidarietà e l’orgoglio di essere europeo non sono abbastanza, secondo Juncker. No, l’Europa deve essere tenuta unita dalle minacce, dall’intimidazione e dalla paura.

Tale posizione ignora una lezione cui abbiamo assistito sia nel voto sulla Brexit sia nelle primarie del Partito repubblicano americano: ampi strati della popolazione non stanno agendo nella maniera corretta. L’agenda dei neoliberali degli ultimi quattro decenni forse ha portato vantaggi all’1% della popolazione, ma non a tutto il resto. Avevo previsto a lungo che questa stagnazione avrebbe avuto alla fine delle conseguenze politiche. Quel giorno è arrivato.

Su entrambe le sponde dell’Atlantico, i cittadini addebitano la colpa dei loro problemi agli accordi commerciali. Anche se si tratta di una iper semplificazione, ciò è comprensibile. Gli accordi commerciali attuali sono negoziati in segreto, con interessi aziendali ben rappresentati, mentre i cittadini o lavoratori normali sono tenuti completamente allo scuro. Non sorprende che i risultati siano sproporzionati: la posizione di negoziazione dei lavoratori si è indebolita ulteriormente, aggravando gli effetti della legislazione che danneggia i diritti dei lavoratori e i sindacati.

Mentre gli accordi commerciali hanno giocato un ruolo importante nel creare questa disuguaglianza, molto altro ha contribuito a inclinare la bilancia politica a favore del capitale. Le norme sulla proprietà intellettuale, ad esempio, hanno conferito alle società farmaceutiche maggiore potere di aumentare i prezzi. Ma qualunque aumento del potere di mercato delle società rappresenta de facto una diminuzione del salario reale – un incremento della disuguaglianza che è diventato il marchio della maggior parte dei Paesi avanzati oggi.

In molti settori, la concentrazione industriale sta aumentando e anche il potere di mercato. Gli effetti di salari reali stagnanti e in declino si sono combinati con quelli legati all’austerità, minacciando tagli ai servizi pubblici dai quali dipendono molti lavoratori dal reddito medio-basso.

La conseguente incertezza economica per i lavoratori, combinata con l’emigrazione, ha creato un mix tossico. Molti rifugiati sono vittime di guerra e oppressione al quale ha contribuito l’Occidente. Dare aiuto è una responsabilità morale di tutti, ma in particolare dei poteri ex-coloniali.

E ciò nonostante, anche se molti potrebbero dire il contrario, un aumento nell’offerta di lavori non qualificati porta – fino a quando non si verifica uno spostamento verso il basso della curva di domanda – a una diminuzione dell’equilibrio dei salari. E quando i salari non possono o non vogliono essere abbassati, la disoccupazione cresce. Ciò crea preoccupazione nei Paesi dove una cattiva gestione economica ha già portato a un livello elevato di disoccupazione. L’Europa, soprattutto l’Eurozona, è stata gestita male negli ultimi decenni, al punto che la disoccupazione media è al di sopra del 10%.

La libera emigrazione all’interno dell’Europa implica che i Paesi che hanno fatto un lavoro migliore nel ridurre la disoccupazione si ritroveranno verosimilmente con una percentuale più alta di emigrati. I lavoratori in questi Paesi sostengono il costo dei salari bassi e dell’alta disoccupazione, mentre i datori di lavoro beneficiano del lavoro a buon mercato. Il peso dei rifugiati, senza alcuna sorpresa, ricade su chi è meno in grado di sostenerlo.

Naturalmente, c’è molto da dire sui benefici dell’emigrazione interna. Per un Paese che fornisce un basso livello di benefici garantiti – protezione sociale, istruzione, sanità e così via – a tutti i cittadini, potrebbe essere questo il caso. Ma per i Paesi che forniscono una rete di sicurezza sociale dignitosa, è vero il contrario.

Il risultato di questa pressione al ribasso dei salari e dei tagli ai servizi pubblici è stata  l’eviscerazione della classe media, con simili conseguenze da entrambi i lati dell’Atlantico. Le famiglie della classe media e lavoratrice non hanno goduto dei benefici della crescita economica. Capiscono che le banche hanno causato la crisi del 2008; ma poi hanno visto miliardi spesi per salvare gli istituti di credito e importi irrisori per salvare case e posti di lavoro. Con un reddito reale medio (rettificato per l’inflazione) per lavoratore maschile a tempo pieno negli Stati Uniti inferiore a quello che era quattro decenni fa, non ci si dovrebbe stupire se ci troviamo di fronte a un elettorato arrabbiato.

I politici che hanno promesso il cambiamento, inoltre, non hanno realizzato ciò che ci si aspettava. I cittadini normali sapevano che il sistema era ingiusto, ma sono arrivati al punto di vederlo manipolato anche più di ciò che avevano immaginato, perdendo quella poca fiducia che avevano riposto nella capacità o volontà dei politici di correggerla. Ciò è comprensibile: i nuovi politici hanno condiviso la visione di chi aveva promesso che la globalizzazione avrebbe portato benefici a tutti.

Ma votare con rabbia non risolve i problemi e potrebbe portare a un peggioramento della situazione economica e politica. Lo stesso vale se si risponde a un voto con rabbia.

Lasciar andare il passato è un principio base dell’economia. Da entrambi i lati del Canale inglese i politici dovrebbero ora essere proiettati a capire in che modo, in una democrazia, l’establishment politico è riuscito a fare così poco per affrontare i timori di così tanti cittadini. Ogni governo dell’Unione Europea deve ora porsi come primo obiettivo quello di migliorare il benessere dei cittadini. Un’ideologia più neoliberale non aiuterà. E dovremmo smetterla di confondere il fine con il mezzo: ad esempio, il libero commercio, se ben gestito, potrebbe portare a una maggiore prosperità condivisa; ma se non è gestito bene, determinerà una calo dello standard di vita di molti – per non dire la maggioranza dei cittadini.

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Ci sono delle alternative agli attuali accordi neoliberali che possono creare una prosperità condivisa, proprio come ci sono alternative – come l’accordo di Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti con l’Unione Europea  – che potrebbero causare molti più danni. La sfida oggi è imparare dal passato per abbracciare un maggior benessere ed evitare quegli accordi che provocano danni.  

Traduzione di Rosa Marseglia