rodrik156_Eric+Audras_getty images_office meeting Eric Audras/Getty Images

Le argomentazioni a favore di un’economia audace

CAMBRIDGE – Alla fine del 1933 John Maynard Keynes inviò una straordinaria lettera pubblica al presidente americano Franklin Delano Roosevelt. Roosevelt si era insediato all’inizio di quell’anno, nel pieno di una recessione economica che aveva spinto un quarto della forza lavoro nella disoccupazione. Aveva lanciato le sue ambiziose politiche del New Deal, compresi i programmi di lavori pubblici, sussidi agricoli, regolamentazione finanziaria e riforme del lavoro. Aveva anche portato gli Usa fuori dal gold standard per garantire maggiore libertà alla politica monetaria domestica.

Keynes approvava la direzione generale di queste politiche, ma esprimeva anche alcune aspre critiche. Temeva che Roosevelt rendesse più complicata l’azione di ripresa economica ampliando inutilmente la sua agenda politica. Roosevelt faceva troppo poco per incrementare la domanda aggregata e troppo per cambiare le regole dell’economia. Keynes ci teneva particolarmente al National Industrial Recovery Act (NIRA) che, tra le altre cose, espandeva fortemente i diritti sul lavoro e incentivava i sindacati indipendenti. Temeva che il NIRA avrebbe svigorito la fiducia nelle imprese e inciso sulla burocrazia federale, senza dare un contributo diretto alla ripresa. Si chiedeva se alcuni dei consigli di Roosevelt “non fossero strambe e bizzarre”.

Keynes non pensava molto all’economia di Roosevelt, ma simpatizzava per questo tipo di approccio. Dato che gran parte del New Deal andava contro l’ortodossia economica prevalente, le politiche di Roosevelt non potevano contare sul supporto dei maggiori economisti dell’epoca. Ad esempio, come spiega Sebastián Edwards nel suo affascinante libro di recente uscita American Default, la visione predominante tra gli economisti era che spezzare il nesso tra il dollaro e l’oro avrebbe creato caos e incertezza. L’unico economista in buona fede nella “concentrazione di cervelli” di Roosevelt era Rexford Tugwell, un professore 41enne della Columbia poco conosciuto che non insegnava nemmeno agli studenti laureati.

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