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La Pandemia dell’Austerità

NEW YORK – Nel corso del meeting di primavera di quest’anno tra il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, tenuto a Washington DC, il FMI ha invitato i paesi europei ad alleggerire le politiche di austerità e a concentrarsi sugli investimenti, evidenziando uno spostamento dalla retorica del passato. Ma, voci di corridoio riguardanti le due istituzioni multilaterali parlano di due pesi e due misure.

In realtà, nella maggior parte dei paesi è in atto il taglio delle spese pubbliche - con il sostegno del Fondo Monetario Internazionale. Dunque, seppure alcuni paesi del nord cominciano a mettere in discussione la prescrizione dell’austerità, le loro controparti del sud (compresi i paesi dell’Europa meridionale) adottano sempre più misure di regolazione fiscale.

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Secondo le proiezioni del FMI, dei 119 governi che vanno riducendosi il budget del 2013 (rispetto al PIL), i tre quarti appartengono a paesi in via di sviluppo (tra cui 21 paesi a basso reddito e 68 a medio reddito). Il consolidamento fiscale colpisce circa l’80% dei cittadini dei paesi in via di sviluppo, e si prevede che il suo impatto si intensifichi costantemente fino al 2015. Durante questo periodo, l’entità della contrazione sarà significativa, infatti si prevede che circa un quarto di tutti i paesi in via di sviluppo taglieranno le spese al di sotto dei livelli pre-crisi.

Una rassegna del dibattito che emerge dai 314 rapporti redatti dal FMI su paesi di cui si occupa, pubblicati dal 2010 – che fa parte dei lavori che aggiornano circa lo spostamento globale verso l’austerità - dimostra che molte misure di adeguamento sono maggiormente diffuse nei paesi in via di sviluppo, dove i cittadini sono particolarmente vulnerabili rispetto alle conseguenze economiche e sociali delle politiche di austerità.

La misura di regolazione più comune, quella che i governi di 78 paesi in via di sviluppo stanno prendendo in considerazione, è la riduzione dei sussidi. Deliberazioni in materia sono accompagnate spesso – per la precisione, in 55 paesi in via di sviluppo - dalla discussione sulla necessità di una mirata rete di sicurezza sociale per compensare l’aumento per i cittadini più poveri delle spese per il cibo, l’energia, o il trasporto.

Ma lo sviluppo e l’attuazione di un piano di protezione sociale richiede tempo, e i governi non sembrano essere disposti ad aspettare. Nel momento in cui il bisogno di assistenza alimentare è particolarmente elevato, alcuni governi hanno ritirato i sussidi alimentari e altri hanno ridimensionato le sovvenzioni per i fattori di produzione agricola, come sementi, fertilizzanti e pesticidi, ostacolando la produzione alimentare locale.

Allo stesso modo, i tagli ed i tetti salariali nel settore pubblico - attualmente perseguiti da 75 paesi in via di sviluppo - minacciano di minare l’erogazione dei servizi per i cittadini, in particolare a livello locale nelle aree rurali povere, dove un singolo insegnante o un infermiere può determinare se un bambino riceve un’educazione o l’assistenza sanitaria. Questo pericolo è accentuato da come i politici in 22 paesi in via di sviluppo considerano le riforme sanitarie, e dal modo in cui quelli di 47 paesi in via di sviluppo discutono di riforma delle pensioni.

Sul lato delle entrate, ben 63 paesi in via di sviluppo stanno prendendo in considerazione l’aumento delle tasse sui consumi, come ad esempio l’imposta sul valore aggiunto. Ma tassare gli alimenti di base e gli articoli per la casa può avere un impatto sproporzionato sulle famiglie a basso reddito, i cui limitati redditi disponibili sono già stirati al massimo, e quindi in grado di esacerbare le disuguaglianze esistenti.

Invece di tagliare le spese, i leader dei paesi in via di sviluppo dovrebbero concentrare i loro sforzi sull’offerta di opportunità di lavoro dignitose e di migliori condizioni di vita per i loro cittadini. Essi devono riconoscere che l’austerità non aiuterà a raggiungere i loro obiettivi di sviluppo. Al contrario, i tagli alla spesa andranno a ferire i loro cittadini più vulnerabili, amplieranno il divario tra ricchi e poveri, e contribuiranno all’instabilità sociale e politica.

Infatti, disordini civili sono già in aumento in tutto il mondo in via di sviluppo. Dalla primavera araba ai violenti disordini alimentari scoppiati in questi ultimi anni in tutta l’Asia, l’Africa ed il Medio Oriente, le popolazioni reagiscono agli effetti cumulativi della disoccupazione dilagante, gli alti prezzi dei prodotti alimentari, ed il peggioramento delle condizioni di vita.

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La nostra non deve essere un’epoca di austerità; anche nei paesi più poveri, i governi dispongono di opzioni per promuovere una ripresa economica socialmente sensibile. Queste misure includono, tra le altre, la ristrutturazione del debito, l’aumento della progressività delle imposte (sul reddito delle persone fisiche, sulla proprietà, e sulle società, compreso il settore finanziario), e il contenimento dell’evasione fiscale, dell’uso dei paradisi fiscali, e dei flussi finanziari illeciti.

In ultima analisi, la riduzione dei salari, dei servizi pubblici e del reddito delle famiglie impedisce lo sviluppo umano, minaccia la stabilità politica, abbassa la domanda, e ritarda il recupero. Invece di continuare a rispettare le politiche che fanno più male che bene, i politici dovrebbero prendere in considerazione un nuovo approccio - quello che effettivamente contribuisce al progresso economico e sociale dei loro paesi.