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Il triste anniversario dell’Asia

AIX EN PROVENCE – Questo mese si celebra l’anniversario della crisi finanziaria asiatica o più precisamente, dell’evento che provocò la crisi: la svalutazione del baht thailandese. Se da un lato questi anniversari non sono motivo di festeggiamento, dall’altro offrono l’opportunità di guardare al passato e analizzare ciò che è cambiato e, cosa ugualmente importante, ciò che non è cambiato.

Ci sono state diverse contrapposizioni sulle cause della crisi e continuano ad esserci ancora oggi. Gli osservatori occidentali colpevolizzano infatti da sempre i paesi asiatici per la mancanza di trasparenza e per una relazione troppo stretta tra aziende e governi, ovvero ciò che descrivono come “capitalismo clientelare”. Dall’altro lato gli analisti asiatici danno la responsabilità ai fondi speculativi per aver destabilizzato i mercati finanziari della regione e al Fondo Monetario Internazionale per aver prescritto un trattamento che ha quasi ucciso il paziente.

Ci sono degli elementi validi in entrambi i punti di vista. Il bilancio pubblicato dalla Banca della Thailandia conteneva infatti un ammontare esagerato di riserve in valuta estera (non proprio un esempio di trasparenza finanziaria). Inoltre, gli speculatori finanziari hanno poi scommesso contro il baht, mentre i venditori allo scoperto hanno incluso non solo i fondi speculativi, ma anche le banche per gli investimenti compresa la banca che forniva consulenza al governo thailandese su come difendere la propria valuta. D’altra parte, il Fondo Monetario Internazionale, nel corso della sua consulenza ai paesi asiatici sulla gestione della crisi, ha indicato erroneamente ai governi (come è poi successo altre volte) di perseguire un’eccessiva austerità fiscale.

In termini più fondamentali, la crisi ha rilevato quindi una mancata corrispondenza tra lo storico modello di crescita asiatico e le circostanze del momento. Il modello tradizionale perseguiva, infatti, un tasso di cambio stabile considerato necessario per l’espansione delle esportazioni, degli investimenti adeguati a raggiungere una crescita a doppia cifra e dei prestiti esteri per finanziare il livello minimo richiesto di formazione del capitale.

Ma nel 1997 le economie dell’Asia sudorientale avevano raggiunto una fase di sviluppo tale per cui gli investimenti non erano più sufficienti di per sé a sostenere dei tassi di crescita elevati. La dipendenza eccessiva dai prestiti esteri presente nel tradizionale modello di crescita di questi paesi aveva infatti portato a trascurare gli eventuali rischi.

Nel frattempo, le forze esterne avevano iniziato a complicare ulteriormente il quadro. L’ammissione della Corea del Sud all’OCSE comportò infatti la necessità da parte dei governi membri di eliminare i controlli del capitale esponendo l’economia a flussi di “denaro caldo” a breve termine. Più in generale, i paesi subirono una forte pressione da parte dell’FMI e del Tesoro statunitense a rimuovere le restrizioni sui flussi di capitale, il che amplificò i rischi e rese ancor più difficile il mantenimento di tassi di cambio ancorati.

Questo schema della crisi evidenzia quanti elementi siano cambiati negli ultimi vent’anni.

Innanzitutto, i paesi coinvolti nella crisi hanno abbassato i loro tassi d’interesse e le aspettative di crescita a livelli sostenibili, mentre i governi asiatici continuano a enfatizzare la crescita anche se non a qualsiasi costo.

In secondo luogo, i paesi dell’Asia sudorientale hanno ora dei tassi di cambio più flessibili. Ovviamente nessun tasso di cambio è del tutto flessibile, ma i governi della regione hanno almeno abbandonato il rigido ancoraggio al dollaro che ha creato tutte queste vulnerabilità nel 1997.

In terzo luogo, i paesi come la Thailandia che avevano accumulato ampi deficit esterni con un conseguente aumento della dipendenza dai finanziamenti esteri, registrano ora un surplus consistente. Questo surplus li ha aiutati ad accumulare riserve di valuta estera utili come forma di assicurazione.

In quarto luogo, i paesi asiatici stanno ora collaborando per proteggere la regione. Nel 2000, a seguito della crisi, hanno infatti creato l’iniziativa di Chiang Mai, una rete regionale di credito e scambio, e dispongono ora della Banca asiatica d’investimento per le infrastrutture per regionalizzare anche il finanziamento allo sviluppo.

Queste iniziative rappresentano una reazione all’esperienza infelice dell’Asia con l’FMI, ma in termini più specifici, rispecchiano anche la crescita della Cina. Nel 1997 la Cina, ancora incerta del suo ruolo a livello regionale, non era stata infatti una grande sostenitrice del piano giapponese di creare un Fondo Monetario Asiatico che non venne mai istituito proprio per la mancanza di sostegno da parte della Cina.

Tuttavia, negli anni a seguire, la Cina ha acquistato fiducia in sé stessa e ha acquisito un ruolo di leadership, il che ha incoraggiato la cooperazione e la creazione di istituzioni a livello regionale. Questo cambio di direzione, che si è verificato nel contesto di una crescita solida e robusta della Cina nel corso degli ultimi vent’anni, rappresenta il cambiamento più significativo che ha interessato l’Asia sin dalla crisi.

Ma se da un lato la crescita della Cina rappresenta un cambiamento, dall’altro ci ricorda anche quanti fattori rimangono invece uguali. La Cina continua infatti a utilizzare un modello che dà ancora priorità ad un obiettivo di crescita il cui raggiungimento dipende ancora da ingenti investimenti. Il governo continua poi a garantire un livello di apporto di liquidità necessario a mantenere in funzione il motore economico in un modo pericolosamente simile a quello della Thailandia nel period precedente alla crisi.

Dato che la Cina ha allentato le restrizioni sui prestiti offshore più velocemente di quanto fosse prudente farlo, le imprese cinesi legate al governo hanno ora dei livelli di debito estero elevati. Inoltre, c’è ancora molta riluttanza a far fluttuare la valuta in quanto scoraggerebbe le aziende cinesi dall’accumulare un numero elevato di obbligazioni denominate in valuta estera.

La Cina si trova quindi ora allo stesso punto in cui si trovavano i suoi vicini dell’Asia sudorientale vent’anni fa e come loro ha superato il modello di crescita che ha ereditato. Dobbiamo solo sperare che i leader cinesi abbiano studiato bene la crisi asiatica, altrimenti sono destinati ad andare incontro allo stesso destino.

Traduzione di Marzia Pecorari