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Sono i Servizi le “Nuove Industrie”?

PRINCETON – Il dibattito globale sulla crescita del mondo in via di sviluppo ha avuto di recente una brusca svolta. Si sono dissolti la propaganda e l’entusiasmo degli ultimi anni per la prospettiva che in tempi brevi esso potesse toccare i livelli delle economie avanzate. Pochi analisti seri credono ancora che nei prossimi decenni si potrà mantenere la spettacolare convergenza economica vissuta dai paesi asiatici, e quella meno spettacolare della maggior parte dei paesi dell’America latina e dell’Africa. È improbabile infatti che persistano i bassi tassi di interesse, i prezzi elevati delle materie prime, la rapida globalizzazione, e la stabilità successiva alla Guerra Fredda, condizioni che hanno sostenuto questo periodo straordinario.

Una seconda consapevolezza è maturata: i paesi in via di sviluppo hanno bisogno di un nuovo modello di crescita. Il problema non è solo la necessità che essi si liberino dalla dipendenza da flussi di capitali variabili e dal continuo incremento delle materie prime, che li ha spesso resi vulnerabili agli shock del sistema economico e soggetti alle crisi. E, cosa più importante, l’industrializzazione orientata all’esportazione, il percorso più sicuro della storia verso la ricchezza, potrebbe aver fatto il suo corso.

Fin dalla Rivoluzione Industriale, la produzione di beni è stata la chiave di una rapida crescita economica. I paesi che si sono messi al passo e alla fine hanno superato la Gran Bretagna, come la Germania, gli Stati Uniti, e il Giappone, lo hanno fatto tutti costruendo le loro industrie manifatturiere. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, ci sono state due ondate di rapida convergenza economica: una nella periferia europea negli anni cinquanta e sessanta, e un’altra in Asia orientale a partire dagli anni sessanta.

Entrambe erano basate sulla produzione industriale. La Cina, che a partire dagli anni settanta è emersa come l’archetipo di questa strategia, si è mossa su un sentiero già consolidato.