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Regolamentazione finanziaria da “America First”?

LONDRA – Mentre il presidente americano Trump lotta per assumere nella propria amministrazione simpatizzanti che possano aiutare a tradurre i tweet in politica, l’esodo delle nomine di Obama dal governo federale e da altre agenzie continua. Per il mondo finanziario, una delle uscite più significative è stata quella di Daniel Tarullo, il governatore della Federal Reserve che ha guidato il lavoro della banca centrale sulla regolamentazione finanziaria negli ultimi sette anni.

Sarebbe eccessivo dire che Tarullo è stato gradito da tutti nella comunità bancaria. Si è sempre dimostrato a favore di un aumento dei capital ratio, negli Stati Uniti e in altri paesi. È stato un tenace negoziatore, con un indiscusso istinto nell’individuare le speciali suppliche da parte delle società finanziarie. Ma le sue dimissioni faranno versare molte lacrime di coccodrillo in Europa. Le banche europee, e anche i loro organi di vigilanza, erano preoccupate per il suo prodigarsi a favore di standard ancora più rigorosi di Basilea 3.5 (o Basilea 4, come amano definirla i banchieri), che, se implementata nella forma favorita dagli Usa, avrebbe richiesto ulteriori e sostanziali incrementi patrimoniali soprattutto per le banche d’Europa. In sua assenza, il destino di tali proposte resta incerto.

Ma Tarullo si è mostrato altresì un entusiasta promotore della cooperazione per la vigilanza internazionale, come dimostrano le numerose miglia di volo percorse. Per alcuni anni ha presieduto la poco nota ma importante Comitato permanente per la cooperazione in materia di vigilanza e regolamentazione del Financial Stability Board. Il suo impegno a collaborare con i colleghi degli enti internazionali come il FSB e il Comitato di Basilea per la supervisione bancaria, per raggiungere accordi globali sulla regolamentazione che consentissero alle banche di competere allo stesso livello, non è mai stato messo in dubbio.

Alcuni di quelli che l’hanno criticato più duramente in passato sono in ansia per la sua uscita di scena. Chi gli succederà? Il Dodd-Frank Act del 2010 creò la posizione di vice-presidente nel Board della Federal Reserve – che non è mai stata occupata – per guidare il lavoro della Fed in materia di regolamentazione. La persona designata, che ora dovrà selezionare Trump, manterrà un approccio altrettanto internazionale come Tarullo? Oppure il suo compito principale sarà quello di costruire un muro per la regolamentazione, che tuteli le banche Usa dalle regole globali?

Non conosciamo ancora le risposte a queste domande, ma gli osservatori della Fed si sono allarmati per una lettera del 31 gennaio scritta al presidente della Fed Janet Yellen da Patrick McHenry, vice presidente della Commissione per i servizi finanziari alla Camera dei Rappresentanti. McHenry non ha usato mezzi termini. “Nonostante il chiaro messaggio del Presidente Donald Trump di dare priorità all’interesse dell’America nei negoziati internazionali”, scrive McHenry, “sembra che la Federal Reserve continui a negoziare norme internazionali in materia di regolamentazione delle istituzioni finanziarie fra burocrati mondiali in terre straniere, senza trasparenza, senza risponderne a nessuno, e senza avere l’autorità per farlo. Questo è inaccettabile”.

Nella sua replica del 10 febbraio Yellen smentisce fermamente le argomentazioni di McHenry. E ribadisce che la Fed ha tutta l’autorità per farlo, che gli accordi di Basilea non sono vincolanti, e che in nessun caso “i rigorosi standard in materia di regolamentazione incrementano la stabilità del sistema finanziario Usa” e promuovono la competitività delle società finanziarie.

Ma questa non sarà la fine della storia. I fronti sono ora delineati, e la lettera di McHenry mostra le argomentazioni che saranno impiegate nel Congresso da alcuni Repubblicani vicini al presidente. C’è sempre stata a Washington una linea di pensiero che disdegnava gli intrecci con l’estero, in questa e in altre aree. Se da un lato le argomentazioni della Yellen sono corrette, dall’altro rispetto al diritto della Fed di partecipare ai negoziati internazionali non vi è alcun obbligo, e la nuova persona nominata potrebbe sostenere che non ve ne sia la necessità.

Una tale inversione di rotta non farebbe che generare tensioni all’interno della Fed, e non è chiaro in che condizioni lascerebbe il FSB, o il Comitato di Basilea. Quando fu creata la Banca dei regolamenti internazionali (presso cui opera il Comitato di Basilea) negli anni Trenta, il governo Usa si rifiutò di occupare un posto nel board, e gli Usa furono rappresentati da JP Morgan. È un po’ difficile pensare che questo accordo possa funzionare bene oggi.

In Europa l’interesse per queste domande è tutt’altro che passeggero. Le direttive europee sull’adeguatezza patrimoniale recepiscono solitamente gli Accordi di Basilea in normativa Ue. Se il processo di Basilea registra un periodo di stallo, difficilmente si potranno raggiungere gli accordi transatlantici, alla base dei mercati di capitale occidentali.

Emerge un’ulteriore complicazione dalla Brexit. In assenza di un qualsiasi accordo speciale tra Ue27 e il Regno Unito, i regolatori britannici e dell’Unione europea uniranno le proprie forze a Basilea, e non nell’Autorità bancaria europea. Se Basilea diventa una fabbrica di chiacchere, senza alcuna capacità di fissare standard precisi, si spezzerà un altro anello della catena, e sarà più difficile per il Regno Unito sostenere che se le banche di Londra soddisfano gli standard internazionali gli dovrebbe essere garantita una parità di trattamento nell’Ue.

Mentre i banchieri centrali si liberano dei demoni che conoscono, la regolamentazione finanziaria entra in un periodo di elevata incertezza – e di forte ansia per i politici in attesa di un annuncio da Mar-a- Lago. Nessun candidato al Board della Federal Reserve è stato mai avvistato a bordo piscina o intervistato in un campo da golf, ma la decisione è dietro l’angolo. Mai dare nulla per scontato. Il mondo finanziario sta col fiato sospeso.

Traduzione di Simona Polverino