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L’America dopo le elezioni

NEW YORK – La campagna presidenziale in corso negli Stati Uniti si sta distinguendo per la mancanza di civiltà e le enormi differenze tra i due candidati: l’imprenditore anti-establishment Donald Trump dalla parte repubblicana e Hillary Clinton, politico forbito, per i democratici. Questa competizione ha evidenziato delle fratture profonde all’interno della società americana e ha danneggiato la reputazione del paese a livello globale. Nessuna è quindi sorprendente che una delle poche cose su cui gli americani sono d’accordo è che questa campagna è andata avanti per troppo tempo. Ma presto finirà e la domanda principale è: cosa verrà dopo?

I sondaggi indicano che Clinton, ex senatrice e Ministro degli esteri, sconfiggerà il controverso Trump. Ma non si devono confondere i sondaggi con la realtà. Dopotutto, rispetto al referendum di giugno sulla Brexit, la maggior parte degli osservatori erano convinti che avrebbe vinto senza dubbio la fazione della “permanenza nell’UE”. Più recentemente poi, gli elettori colombiani hanno rifiutato un accordo di pace che si pensava avrebbe invece avuto grande sostegno popolare.

 1972 Hoover Dam

Trump and the End of the West?

As the US president-elect fills his administration, the direction of American policy is coming into focus. Project Syndicate contributors interpret what’s on the horizon.

Tutto ciò è per dire che se da un lato una vittoria della Clinton può essere probabile, non è comunque una certezza. L’unico sondaggio che conta è quello dell’8 novembre, fino ad allora l’unica cosa che si può fare è speculare.

Tuttavia, alcune previsioni possono essere fatte con maggior certezza. E’ evidente che gli Stati Uniti usciranno da queste elezioni divisi e con un governo diviso indipendentemente da chi sarà il Presidente o da quale partito avrà la maggioranza in entrambe le camere del Congresso. Né i democratici né i repubblicani riusciranno infatti a realizzare i loro obiettivi senza un po’ di sostegno da parte dell’altro.

Ma la divisione tra repubblicani e democratici non è l’unico divario all’interno della politica americana. Le divisioni all’interno dei due principali partiti sono infatti ugualmente profonde con ampie fazioni altamente motivate che cercano di spingere i partiti verso le rispettive ali estreme: i democratici a sinistra e i repubblicani a destra. Ciò rende il compromesso sulle posizioni centriste ancora più difficile da raggiungere.

La ripresa rapida della politica presidenziale indebolirà ancor di più l’arte del compromesso. Se vince Clinton, molti repubblicani penseranno che sia andata così per i difetti di Trump e la considereranno come un presidente di un solo mandato. Un paese a favore del cambiamento, a loro avviso, non può infatti tenere un democratico nella stanza ovale per un quarto mandato. Molti repubblicani (in particolar modo coloro che negano la legittimità di un’eventuale vittoria della Clinton) cercheranno di ostacolare la sua amministrazione per evitare che possa ancora correre nel 2020 come presidente uscente con grandi successi alle spalle.

Allo stesso modo, se Trump riuscisse a vincere, la maggior parte dei democratici (e persino alcuni repubblicani), dopo essersi ripresi dalla sorpresa e dallo sdegno, avrebbero come priorità quella di fare in modo che non ci sia la possibilità di un secondo mandato. Vista la vastità dei punti in agenda su cui i legislatori del suo schieramento avrebbero da eccepire, governare sarebbe molto difficile per la sua amministrazione.

In entrambi gli scenari potrebbe ancora essere possibile fare dei progressi in alcune aree chiave. Il prossimo governo USA potrebbe infatti riuscire ad adottare i provvedimenti necessari a finanziare la modernizzazione delle infrastrutture americane ormai in fase di invecchiamento; una politica che entrambi i candidati e molti rappresentanti del Congresso sostengono. Potrebbe anche essere possibile mettere insieme una maggioranza per riformare la legge fiscale statunitense, in particolar modo per abbassare il tasso elevato imposto alle società e per alzare le tasse sui benestanti. Ci potrebbe persino essere spazio per una riforma del sistema sanitario (il successo su carta di Obama) a causa dei gravi problemi di implementazione dell’attuale sistema.

Ma altre questioni che richiedono una cooperazione tra il Congresso e il Presidente non verranno quasi certamente affrontate subito. Una di queste è la riforma sull’immigrazione, una questione controversa negli Stati Uniti quanto in Europa. Un’altra è quella del commercio, in quanto il contesto politico interno spinge i legislatori ad essere cauti nel sostenere posizioni con fermi oppositori, e sia Trump che la Clinton si oppongono alla Trans-Pacific Partnership anche se la sua ratifica garantirebbe grandi vantaggi all’economi americana e alla sua posizione strategica. Nel frattempo il deficit e il debito americano sono destinati ad aumentare in quanto c’è poca, se non nessuna, volontà a ridurre la spesa per il programma assistenziale.

Le implicazioni delle elezioni legate alla politica estera sono diverse in quanto secondo la Costituzione statunitense il Presidente ha un margine di manovra considerevole. Se da un lato solo il Congresso può infatti dichiarare ufficialmente guerra o ratificare i trattati, il Presidente può utilizzare (o rifiutarsi di utilizzare) la forza militare senza l’approvazione esplicita del Congresso. Il Presidente può inoltre avviare accordi internazionali diversamente dai trattati, nominare lo staff della Casa Bianca e cambiare la politica estera con un’azione esecutiva come ha fatto Obama recentemente su Cuba.

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Con un’amministrazione Clinton questo potere discrezionale potrebbe tradursi nella creazione di una o più zone sicure in Siria, nell’approvvigionamento di più armi di difesa all’Ucraina e nell’assunzione di una linea più dura nei confronti della Corea del Nordfinché continua con il programma di sviluppo dell’arsenale nucleare e missilistico. E’ più difficile immaginare cosa potrebbe fare Trump. Dopotutto, lui è un personaggio esterno alla politica quindi nessuno sa quanto la sua retorica elettorale diventerebbe politica reale. Tuttavia si può pensare che un’amministrazione Trump si distanzierebbe dagli alleati tradizionali in Europa e in Asia e prenderebbe le distanze anche dal Medio Oriente.

Ciò che succederà realmente all’America dopo le elezioni presidenziali rimane una questione aperta. Anche se è possibile fare delle previsioni su alcuni risultati, l’unica certezza è che il 96% della popolazione mondiale che non vota alle elezioni statunitensi ne risentirà gli effetti tanto quanto gli americani.