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L'avvincente realtà dei big data

CAMBRIDGE – I big data, termine inglese che descrive voluminose raccolte di dataset, sono l'insieme delle tracce digitali che lasciamo ogni volta che usiamo carte di credito, telefoni cellulari, o il web. Se utilizzati in modo attento e preciso, questi dati possono offrirci un'opportunità unica, quella di comprendere a fondo la nostra società e migliorare il nostro modo di vivere e lavorare. Tuttavia, ciò che funziona a livello teorico può non avere gli stessi risultati nella realtà, dove le complesse interazioni umane non sempre riescono a essere registrate, neanche dai modelli più sofisticati. I big data, dunque, ci impongono di condurre esperimenti su vasta scala.

Per fare un esempio, il laboratorio che dirigo sta realizzando un sito web che, basandosi sulle mappe di Google, utilizza la traccia digitale di una data società per mappare la povertà, la mortalità infantile, i tassi di criminalità, le variazioni del Pil e altri indicatori sociali, quartiere per quartiere, aggiornando i risultati quotidianamente. Questa nuova funzionalità permette agli utenti del sito di vedere, fra le altre cose, dove le iniziative governative funzionano e dove, invece, falliscono.

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Tuttavia, pur essendo in grado di aumentare significativamente la trasparenza e arricchire il sapere comune, questi straordinari strumenti di visualizzazione si rivelano sorprendentemente limitati quando vengono impiegati per risolvere i problemi della società. Una delle ragioni è che flussi di dati così imponenti favoriscono le correlazioni spurie.

Persino il ricorso al normale metodo scientifico non funziona più; date le numerose misurazioni, nonché le ancor più numerose connessioni potenziali tra ciò che viene misurato, i tradizionali strumenti statistici generano risultati privi di senso. Senza conoscere tutte le possibili alternative, non siamo in grado di formulare un insieme finito di ipotesi chiare e verificabili. E se non possiamo più contare sugli esperimenti di laboratorio per testare la causalità, allora dobbiamo testarla nel mondo concreto, avvalendoci di enormi volumi di dati in tempo reale. Ciò richiede di superare il modello domanda-risposta tipico del laboratorio e applicare le nostre idee nella società con una frequenza e una tempestività mai sperimentate finora.

Per osservare come funziona la realtà dobbiamo istituire dei laboratori viventi, cioè comunità disposte a esplorare nuove modalità con cui fare le cose o, detto francamente, pronte a fare da cavie. Un esempio è il progetto "open data city", da me lanciato insieme alla città di Trento in Italia, in collaborazione con Telecom Italia, Telefónica, Fondazione Bruno Kessler, Istitute for Data Driven Design e alcune aziende locali. È importante sottolineare che questo laboratorio vivente ha ottenuto l'approvazione e il consenso informato di tutti i soggetti coinvolti, i quali sono consapevoli di partecipare a un gigantesco esperimento, il cui obiettivo è scoprire un modo migliore di vivere.

Una sfida complessa che un laboratorio vivente deve affrontare è la protezione della privacy individuale senza limitare le chance di un governo migliore. Il laboratorio di Trento, ad esempio, farà da pilota per un mio progetto, il "New Deal on Data", che consente agli utenti un maggiore controllo sui propri dati personali attraverso un gestionale della rete fiduciaria, come il nostro sistema aperto PDS (Personal Data Store). Speriamo che la capacità di condividere dati in modo sicuro, al tempo stesso proteggendo la privacy, incoraggerà persone, aziende e governi a comunicare ampiamente le proprie idee, aumentando così la produttività e la creatività di tutta la città.

Ma la maggiore difficoltà nell'utilizzo dei big data per costruire una società migliore è la capacità di sviluppare una comprensione sul piano umano e intuitivo dellafisica sociale. Sebbene una costante mole di dati e una computazione moderna ci permettano di mappare molti aspetti della società, così come spiegare come le comunità potrebbero funzionare meglio, questi modelli matematici contengono troppe variabili e relazioni complesse per essere compresi dalla maggior parte delle persone.

Quello che serve è una sorta di dialogo tra l'intuizione umana e l'avvincente realtà dei big data, un dialogo che attualmente non è presente nei sistemi di management e di governo. Se si vuole utilizzare i big data in modo efficace, la gente deve essere in grado di capire e interpretare le statistiche di riferimento.

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Tutto ciò richiede una rilettura del comportamento umano e delle dinamiche sociali, che vada oltre i modelli economici e politici tradizionali. Solo sviluppando la scienza e il linguaggio della fisica sociale saremo in grado di rendere quello dei big data un mondo in cui sia auspicabile vivere.

Traduzione di Federica Frasca