WASHINGTON– John Boehner, presidente della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, è a capo delle critiche mosse dal partito repubblicano contro la politica fiscale statale, sostenute da una richiesta di taglio alla spesa pubblica pari a “trilioni di dollari” in cambio dell’approvazione di un aumento del tetto del deficit del debito pubblico statunitense da parte del Congresso. Ponendo la questione in questi termini, Boehner potrebbe tuttavia arenarsi in un problema non indifferente finendo, rapidamente, per inimicarsi uno degli elettorati più importanti dei Repubblicani, ovvero il settore aziendale statunitense.
Focalizzandosi sul tetto del debito, Boehner ed i repubblicani si stanno creando da soli una trappola di natura politica. Infatti, se da un lato è vero che la capacità di contrarre prestiti da parte del Tesoro statunitense raggiungerà il limite legale autorizzato all’inizio di agosto, dall’altra parte è anche vero che a seguito delle accuse repubblicane nei confronti della politica legata al tetto del deficit e della minaccia di non appoggiare un suo eventuale aumento, il mercato delle obbligazioni non si è affatto scomposto, così come non si è verificato alcun impatto significativo sulle rendite.
Se la minaccia dei repubblicani fosse credibile, qualsiasi indicazione di un eventuale peggioramento della problematica legata al tetto del deficit, provocherebbe una riduzione dei prezzi delle obbligazioni del Tesoro ed un aumento delle rendite. Ciò non si è verificato in quanto gli obbligazionisti non credono realmente che i repubblicani possano essere capaci di portare avanti questa politica, o addirittura di volerlo fare.
Dopotutto, le conseguenze di un mancato aumento del tetto del debito sarebbero catastrofiche. Tutto il sistema creditizio statunitense, e in gran parte del resto del mondo, si basa sul principio che esistono “beni senza rischio”, ovvero i titoli di stato statunitensi. Sebbene non esista alcun provvedimento nella costituzione statunitense che garantisca il pagamento dei debiti da parte degli Stati Uniti, per più di 200 anni la Repubblica Federale degli Stati Uniti si è dimostrata il migliore gestore mai esistito del rischio di credito.
La risolutezza fiscale degli Stati Uniti è stata testata almeno cinque volte nel corso della storia: con l’indipendenza durante la guerra del 1812, durante e dopo la Guerra Civile e durante le due Guerre Mondiali. Si potrebbe discutere delle eventuali differenze di pressione fiscale in ciascun contesto e della diversità di trattamento dei vari obbligazionisti, ma alla resa dei conti, quando la situazione diventa difficile, gli Stati Uniti pagano sempre il proprio debito.
La possibilità che gli Stati Uniti non sia in grado di ripagare il proprio debito è infatti decisamente bassa, almeno nel breve termine, ed ha le stesse probabilità che ha la terra di essere colpita da un meteorite. Ci sono ovviamente importanti quesiti fiscali che devono essere risolti, compresa la questione legata all’entità della spesa pubblica e alle voci ad essa correlate e all’entità delle imposte e alle eventuali modalità di imposizione.
Inoltre, c’è l’irritante questione su quale sia, nel contesto attuale, il valore esagerato di debito per gli Stati Uniti. In un mondo in cui gli investitori internazionali (dei settori pubblici e privati) spremono di norma il deficit fiscale statunitense per poi comprare all’estero nuove porzioni di debito, chi può avere la risposta?
I paesi non risultano mai inadempienti a causa dell’incapacità di ripagare il proprio debito dato che esistono sempre nuovi modi per ridurre le spese o aumentare le tasse. In realtà l’inadempienza dei paesi è legata più che altro alle politiche messe in atto che portano i leader governativi a poter decidere, per un qualsiasi motivo, di non ripagare il debito pubblico.
Non è difficile immaginare chi si troverebbe a dover sostenere i costi in caso di un mancato pagamento del debito da parte degli Stati Uniti o nel caso in cui un mancato aumento del tetto del debito provocasse un crollo del mercato. Qualunque beneficiario di prestiti, o chiunque si trovasse ad interagire con il sistema creditizio, accuserebbe uno shock ben maggiore di quello provocato dalla crisi del 2008.
Tra i vari settori statunitensi quello aziendale (sia imprese grandi che piccole) verrebbe enormemente danneggiato. I funzionari esecutivi e gli imprenditori sono preoccupati per l’attuale deficit fiscale statunitense ed alcuni di loro partecipano in modo attivo ai dibattiti su questioni reali ovvero come controllare i costi sanitari, prevenire eventuali crisi finanziarie future e terminare le dispendiose guerre all’estero.
Ma questi sono argomenti per le elezioni presidenziali del 2012, in cui si spera che il dibattito possa delineare un’agenda fiscale più promettente per i prossimi 20-30 anni. Al momento non è possibile prevedere come e quando i problemi di budget dell’America verranno risolti, ma la storia fiscale statunitense è incoraggiante in quanto la Repubblica federale è già stata in grado di gestire e superare le crisi passate.
In poche parole, l’America non si farà autogol sulla questione del tetto del debito e Boehner deve per forza saperlo. Ci si aspettano gesti simbolici, come la minaccia della caduta del governo qualche tempo fa’, che non ha fatto altro che creare nuove opportunità ad entrambe le parti per farsi pubblicità. Ma un’eventuale crisi del debito del settore manifatturiero nel contesto attuale potrebbe solo portare ad un forte contrasto con il settore aziendale e gran parte dell’elettorato. Sulla scia del disastro economico, il partito ritenuto responsabile verrebbe, presumibilmente, esiliato dal potere per un’intera generazione (la Grande Depressione ha negato la presidenza statunitense ai repubblicani per 20 anni).
La leadership repubblicana avanza minacce poco credibili. Se l’amministrazione Obama gioca bene le sue carte, riuscirà ad ottenere, all’ultimo momento, un innalzamento del tetto del debito senza dover fare importanti concessioni. Non risulta chiaro come Boehner, o chiunque altro, possa riuscire a far passare una simile eventualità come una vittoria politica.


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