29

La dimensione globale delle elezioni USA

NEW YORK – La maggior parte degli abitanti del pianeta non avrà modo di esprimere il proprio voto alle prossime elezioni negli Stati Uniti, anche se per loro la posta in gioco potrebbe essere, a seconda dell'esito, molto alta. I cittadini non statunitensi auspicano quasi all'unanimità la rielezione di Barack Obama anziché la vittoria del suo sfidante, Mitt Romney, e questo per delle valide ragioni.

In campo economico, gli effetti della politica di Romney, volta ad accrescere la diseguaglianza e la divisione sociale, non sarebbero percepiti all'estero in modo diretto, ma si è visto che in passato, nel bene e nel male, altri hanno spesso seguito le orme degli Stati Uniti. Ai tempi di Ronald Reagan, ad esempio, molti governi si affrettarono a sostenere la sua crociata per la liberalizzazione dei mercati, che alla fine ha portato alla più grave recessione mondiale dagli anni '30. Altri Paesi che hanno scelto di imitare gli Stati Uniti hanno sperimentato un aumento della diseguaglianza sociale, che si è tradotta in una concentrazione di ricchezza nelle fasce alte della popolazione, maggiore povertà in quelle basse, e un indebolimento della classe media.

La linea contrattiva proposta da Romney, ovvero il tentativo di ridurre il disavanzo prematuramente mentre l'economia USA è ancora fragile, è quasi certamente destinata a indebolire la già sofferente crescita americana e, qualora la crisi dell'euro si aggravasse, potrebbe portare a una nuova recessione. A quel punto, con la contrazione della domanda negli Stati Uniti, il resto del mondo avvertirebbe gli effetti economici di una presidenza Romney in maniera alquanto diretta.

Ciò solleva la questione della globalizzazione, che implica un'azione concertata su più fronti da parte della comunità internazionale. Purtroppo, ciò che occorrerebbe fare in materia di commercio, finanza, cambiamento climatico e una miriade di altri settori, non viene fatto, e molti attribuiscono questa incapacità in parte all'assenza di una leadership americana. Tuttavia, sebbene Romney faccia leva su un atteggiamento spavaldo e una retorica vigorosa, è probabile che alcuni leader mondiali non sarebbero comunque disposti a seguirlo, perché convinti, a mio avviso a ragione, che lui li guiderebbe, insieme agli Stati Uniti, nella direzione sbagliata.

L'"eccezionalismo" americano può vendere bene in patria, ma ha scarso seguito all'estero. La guerra in Iraq del presidente George W. Bush – un’indubbia violazione del diritto internazionale - ha dimostrato che sebbene l'America spenda per la difesa quanto il resto del mondo messo insieme, non riuscirebbe a pacificare un paese con meno del 10% della sua popolazione e meno dell'1% del suo PIL.

Inoltre, il capitalismo di tipo americano si è rivelato né efficiente né stabile. Con i redditi della maggior parte degli americani fermi da oltre un decennio, appare chiaro che il modello economico USA non beneficia la maggior parte dei cittadini, a prescindere dai dati ufficiali sul PIL. A dire la verità, questo modello si era rivelato inadeguato ancor prima che Bush terminasse il suo mandato. Insieme alle violazioni dei diritti umani avvenute sotto la sua amministrazione, la Grande Recessione - prevedibile, e prevista, conseguenza della sua politica economica - ha fatto tanto per indebolire il potere “soft” dell’America, quanto le guerre in Iraq e in Afghanistan hanno fatto per compromettere la credibilità del suo potere militare.

Dal punto di vista dei valori, cioè dei valori di Romney e del candidato alla vicepresidenza, Paul Ryan, le cose non stanno molto meglio. Ad esempio, tutti gli altri paesi avanzati riconoscono il diritto a un'assistenza sanitaria accessibile, e l'Affordable Care Act di Obama rappresenta un importante passo verso questo obiettivo. Romney, però, ha criticato questa iniziativa, senza offrire nulla in cambio.

Oggi l'America ha l'onore di essere tra i paesi avanzati che offrono meno pari opportunità ai propri cittadini, e i drastici tagli al bilancio previsti da Romney, che colpiscono la classe media e i ceti meno abbienti, rappresenterebbero un ulteriore ostacolo alla mobilità sociale. Allo stesso tempo, Romney espanderebbe il settore militare, spendendo più soldi per armi che non funzionano contro nemici che non esistono, e arricchendo appaltatori della difesa come la Halliburton a scapito di settori quali le infrastrutture e l'istruzione, che invece hanno un disperato bisogno di investimenti.

Anche se il nome di Bush non è sulla scheda elettorale, Romney non ha veramente preso le distanze dalle posizioni dell'ex presidente. Al contrario, la sua campagna è stata caratterizzata dagli stessi consiglieri, dalla stessa dedizione nell’aumentare la spesa militare, dalla stessa convinzione che ridurre le tasse ai ricchi sia la soluzione per tutti i problemi economici, e dalla stessa approssimazione nel far quadrare il bilancio.

Prendiamo, ad esempio, le tre questioni al centro dell'agenda globale cui si è già fatto riferimento: il cambiamento climatico, la regolamentazione finanziaria e il commercio. Romney non si è pronunciato sulla prima, e molti suoi colleghi di partito sono "negazionisti del clima". Pertanto, non ci si può aspettare da lui una leadership seria su questo tema.

Per quanto riguarda la regolamentazione finanziaria, se da un lato la recente crisi ha messo in evidenza la necessità di norme più severe, dall'altro l'accordo su molte questioni si è rivelato difficile da raggiungere in parte per l’eccessiva vicinanza dell'amministrazione Obama al settore finanziario. Con Romney, però, tale distanza si annullerebbe del tutto: metaforicamente parlando, lui è il settore finanziario.

Un tema di natura finanziaria su cui c’è accordo a livello globale è la necessità di chiudere i paradisi bancari off-shore, che esistono principalmente per scopi di evasione ed elusione fiscale, riciclaggio di denaro e corruzione. Il denaro non confluisce nelle Isole Cayman perché il sole lo fa crescere più in fretta, bensì perché lì non è alla luce del sole. Ma con un Romney che non ha mostrato alcun pentimento per aver utilizzato lui stesso alcune banche delle Cayman, sarà difficile vedere passi in avanti persino in questo settore.

Quanto al commercio, Romney promette di scatenare sin da subito una guerra commerciale contro la Cina, paese "manipolatore di valuta", una promessa che gli lascia poco margine di manovra. Romney rifiuta di considerare il notevole apprezzamento reale del renminbi negli ultimi anni, o di riconoscere che, se le variazioni del tasso di cambio della valuta cinese possono influenzare il deficit commerciale bilaterale, ciò che realmente conta è il deficit commerciale multilaterale americano. Un renminbi più forte significherebbe semplicemente un passaggio, negli Stati Uniti, dalla Cina a produttori ancora più a basso costo di tessuti, abbigliamento e altri beni.

L'ironia, non colta da Romney, è che altri Paesi stanno accusando gli Stati Uniti di manipolazione valutaria. Dopo tutto, uno dei principali vantaggi della politica di "allentamento quantitativo" della Federal Reserve - forse l'unico canale con un effetto significativo sull'economia reale - deriva dal deprezzamento del dollaro USA.

L'intero pianeta dipende per molti aspetti dalle elezioni americane. Purtroppo, la maggior parte delle persone che ne subiranno le conseguenze, cioè quasi tutto il mondo, non avrà la possibilità d'influenzare in alcun modo il loro risultato.

Traduzione di Federica Frasca