CHICAGO – I governi democratici non sono incentivati a prendere decisioni che abbiano costi a breve termine e profitti a lungo termine (lo schema tipico di qualsiasi investimento). In effetti, per questo tipo di investimenti le democrazie richiedono una leadership impavida oppure un elettorato in grado di capire i costi eventuali derivati dal posponimento delle scelte più difficili.
Una leadership impavida è tendenzialmente rara, così come un elettorato impegnato ed informato, tanto più visti i consigli confusi che gli esperti elargiscono agli elettori. Gli economisti che sostengono pensieri diversi hanno enormi difficoltà ad ottenere il consenso sulla necessità di adottare determinate politiche. Consideriamo, ad esempio, la discordanza delle argomentazioni legate alla spesa pubblica: si tratta realmente dell’unico strumento per tenere a bada la depressione, o tale strumento ci sta, in realtà, gradualmente portando sulla strada della perdizione? Il dibattito non porta quasi mai ad un accordo, gli elettori moderati non sanno cosa credere e le scelte politiche vengono fatte, alla fine, in base alla minor resistenza, per poi finire a sbattere contro un muro.
L’accumulo di debito pubblico nei paesi industriali (già in rapido aumento molto prima della Grande Recessione, periodo in cui era quasi a livelli insostenibili) rispecchia questa teoria. Il pubblico ricompensa i governi democratici per la gestione dei rischi negativi derivanti dai mercati competitivi, sia che lo faccia con una spesa mirata alla creazione di posti di lavoro, sia attraverso il salvataggio delle banche con titoli a rischio nei loro bilanci.
Anche se l’inazione (o un’azione a lungo termine) continua ad essere la miglior politica, non rappresenta più un’opzione per i politici eletti democraticamente che, per soddisfare le aspettative degli elettori, devono governare producendo risultati rapidi. La stampa, generalmente empatica con gli elettori, amplifica storie strazianti di lavori e case perse, facendo apparire insensibili chi consiglia di non intervenire o chi sostiene soluzioni a lungo termine. Al contrario dei mercati, le democrazie devono per forza dimostrare un cuore tenero, tanto che si è arrivati a dover espandere l’azione governativa per coprire il divario.
In un contesto in cui i governi di diversi paesi sviluppati stanno raggiungendo il limite della loro capacità di copertura del divario, incombono tre opzioni decisamente poco auspicabili (di pari passo con la probabilità che non vi sia altra scelta che mettere in atto riforme a lungo rimandate in grado di creare una crescita sostenibile senza il bisogno di cuscinetti statali). La prima opzione è che i governi intervengano direttamente sui mercati interni ed esterni per ridurre la competizione e la volatilità, mentre tentano di ricostruire la loro capacità di copertura del divario. La seconda è che arrivino a censurare la democrazia per sopprimere la rabbia dell’opinione pubblica. La terza è la ricerca di un capro espiatorio.
Tutte e tre le opzioni sono state implementate durante la Grande Depressione degli anni ’30, senza alcun risultato incoraggiante.
Un elemento che ha ridotto la probabilità di un intervento diretto sui mercati da parte dei governi è derivato dalla crisi recente che sembra aver screditato sia l’esecutivo che il settore finanziario. Durante la Grande Depressione la questione era diversa. Se da un lato il crollo economico aveva portato l’opinione pubblica a perdere la fiducia nel settore privato e nei mercati, dall’altro aveva contribuito ad accrescerla nei confronti dei governi. Ad esempio, negli Stati Uniti, l’opinione pubblica ha dimostrato un forte sostegno a favore del New Deal del Presidente Frank Roosevelt durante tutti gli anni ’30.
Una delle ragioni che spiega il diverso contesto attuale è data dal fatto che i banchieri negli anni ’30 venivano puniti in modo visibile. La legislazione, come l'atto sttaunitense Glass-Steagall, tarpava loro le ali. Inoltre, con il crollo delle banche gli stessi banchieri subivano perdite consistenti, venivano messi in ridicolo pubblicamente, o addirittura in carcere a seguito di scrupolose indagini.
Oggi, per contro, l’opinione pubblica vede le grandi banche ed i principali governi guidati dalla stessa élite che ha provocato la crisi e che ha speso i soldi pubblici sotto forme diverse per salvare le banche. Anche quando i banchieri hanno ripristinato i loro bonus, ai contribuenti è toccato pagare il conto del crollo economico. Molti lavoratori sono tutt’oggi disoccupati e a rischio di essere sfrattati dalle loro case, mentre nessun banchiere è stato messo in carcere.
Grazie al piano di salvataggio del governo, le banche più grandi possono al contrario contare su una quota ancor più consistente di mercato, mentre i tentativi di legiferare vincoli più severi sulle banche, tra cui l’Atto Dodd-Frank, sono rimasti nell’ombra. L’élite, governativa o aziendale, sembra curare solo i propri interessi e nient’altro.
Negli Stati Uniti, questo sentimento ha incentivato il movimento del Tea Party coalizzato con l’opposizione contro l’espansione del governo (e delle élite più in generale), anche se l’obiettivo del processo di espansione sarebbe mirato alla regolamentazione delle grandi banche (l’opposizione a tale processo deriva presumibilmente dal fatto che i regolamenti statali tendono ad essere definiti dagli stessi potenti che devono subire tali regolamentazioni). Movimenti come quello del Tea Party tendono quindi a raggruppare coloro che, dopo una crisi simile a quella verificatisi negli Stati Uniti, chiedono un’azione governativa più intensa e una limitazione dei mercati e della competizione.
Il governo statunitense non è l’unico ad essere stato screditato. Nell’eurozona, oltre alla percezione del legame esistente tra governo e banche, la volontà da parte delle élite governative di sviluppare un’integrazione a livello europeo senza una consultazione più ampia, ed il sostegno finanziario all’estero pagato dai contribuenti ha creato un sentimento simile. In Giappone, due decenni di incessanti difficoltà economiche hanno minato la fiducia dell’opinione pubblica nei confronti dei politici e della burocrazia statale.
La seconda opzione non auspicabile, ovvero che i governi con una capacità di spesa ridotta censurino la democrazia e la libertà di espressione per attenuare la rabbia collettiva, è per ora ancora remota. Le istituzioni democratiche nei paesi industriali sono più forti ed hanno radici più profonde rispetto agli anni ’30.
Il che ci lascia con la terza opzione non auspicabile, ovvero la ricerca di capri espiatori sui quali riversare la rabbia. Purtroppo diversi paesi stanno prendendo questa direzione optando, al momento, per gli immigrati illegali ed musulmani come prime vittime.
I politici che cercano dei capri espiatori potrebbero asserire di non voler colpire intenzionalmente i loro target e che, in questo modo, aiutano in realtà le loro società ad evitare opzioni peggiori. Ma come hanno dimostrato gli anni ’30, è difficile immaginare un’opzione peggiore della prospettiva che potrebbe comportare questo tipo di atteggiamento.


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